I tre documenti del cardinale Giacomo Lercaro (il discorso pronunciato al Consiglio municipale di Bologna, l’omelia contro i bombardamenti sul Vietnam, la lettera di dimissioni dalla Archidiocesi petroniana), che qui raccogliamo a commento della nostra “cronaca” sugli avvenimenti del mondo cattolico1, sono da considerarsi una esemplare indicazione di quella che potrebbe essere – ma che deve ancora divenire – la posizione più feconda per l’intera cattolicità, e non soltanto per quella italiana, di fronte ai problemi cruciali (diciamo pure ai vari aspetti di una crisi di fondo) che oggi si squadernano sotto i nostri occhi. Giudichiamo particolarmente interessanti questi testi perché essi sono, a un tempo, nuovi e tradizionali, nel senso migliore del termine: sono, cioè, la manifestazione di un pensiero e di un proposito che cercano e affermano la continuità nel rinnovamento, e che sono dunque pienamente dentro lo spirito conciliare e giovanneo. Tale complessiva connotazione è egualmente presente, nei tre documenti, sia quando il cardinal Lercaro affronta la questione dei rapporti tra la Chiesa cattolica e il potere politico, sia quando egli prende posizione nei confronti di uno specifico problema (come quello della cessazione dei bombardamenti sul Vietnam del Nord), che sia però divenuto punto discriminante e decisivo di una determinata fase della situazione storica mondiale, sia, infine, quando dimostra in qual modo si possa e si debba dar soluzione, di là da ogni cruccio e interesse personale, a un serio e delicato problema di rapporti interni della vita ecclesiale, salvando la fedeltà e l’onore, la dignità e la disciplina del libero credente e del membro di una Chiesa gerarchica.
Ora, appunto, i forti accenti nuovi, che il lettore facilmente coglierà in questi tre documenti, non nascono da una negazione del patrimonio concettuale e ideale che la Chiesa cattolica ha accumulato nel passato (da un rifiuto insomma di ciò che costituisce la “tradizione”), ma si sprigionano invece da una riassunzione critica di tutto lo spirito di quel patrimonio tradizionale, e perciò dalla simultanea espunzione di quanto vi permane di caduco: di quella lettera, appunto, “che uccide”. Ma allora, come si vede, tale posizione innovatrice è anche e contemporaneamente – sta proprio qui, infatti, il suo significato – conservatrice. Lo è, però, realmente e positivamente, in quanto conserva davvero soltanto quello che va conservato; e quindi, in tal senso, viene, nel concreto, a innovare, preparando il terreno per ulteriori sviluppi. E’ una posizione dunque, questa che si profila nei tre testi che seguono, totalmente diversa e ben superiore rispetto a quella che – alimentata di falsa conservazione, di conservatorismo – viene dettata dallo sgomento e dalla paura: la quale, per conseguenza inevitabile, è capace solo di giungere a dei compromessi sempre di basso livello tra “il vecchio e il nuovo”. Ci sembra che proprio un simile conservatorismo aduggi, se non ancora governi di fatto, l’amministrazione della vita ecclesiastica, poiché si è arrivati all’allontanamento da Bologna di un vescovo come Giacomo Lercaro.
(1) Alcune pagine di questa “cronaca” erano dedicate all’opera del card. Lercaro e alla sua destituzione da arcivescovo di Bologna. Si esordiva riportando stralci da organi di stampa sul modo in cui tale destituzione fu comunicata all’interessato. Li trascriviamo a nostra volta, in calce all’ultimo testo.
Illustre signor Sindaco, come certo le è già noto, il Sommo Pontefice Paolo VI ha rivolto al mondo un messaggio per proporre a tutti gli uomini di buona volontà il primo giorno del nuovo anno come giornata universale per la pace. E’ mio compito trasmettere il testo a Lei, signor sindaco, e al Consiglio comunale e, per mezzo loro, all’intera civica comunità di Bologna. Non corrisponderebbe alla intenzione espressa dal Sommo Pontefice, alla portata oggettiva della proposta e soprattutto alla gravità della situazione internazionale, se da parte mia mi limitassi ad un adempimento solo personale, sia pure particolarmente convinto. Il Papa stesso per primo mostra – con lo stile e il metodo adottato per il suo appello – di non considerare il tempo d’oggi come tempo di atti isolati, di atti soltanto di singole Persone, sia pure operanti nei vertici dell’ autorità e della responsabilità. La natura del problema della pace, che tocca veramente tutti, allo stesso modo e in alto e in basso, l’urgenza sempre più drammatica di scelte lucide, risolute e coerenti a qualunque prezzo, impongono piuttosto atti comunitari, aperti in modo crescente alle solidarietà e corresponsabilità più vaste e diffuse in ogni settore e grado dell’umana convivenza.
Perciò, signor Sindaco, sento il dovere di accompagnare la trasmissione del messaggio pontificio con tre affermazioni ben precise. 1) Con l’iniziativa del Sommo Pontefice, la Chiesa bolognese si sente richiamata a ricercare – ancora più di quanto non abbia fatto sin qui – i termini e i modi concreti del suo particolare servizio per la pace, in conformità del peculiare contesto comunitario – sociale, civile e culturale – in cui essa vive e spera. Solo così la sua volontà di pace può evitare di essere astratta, generica e velleitaria, ma divenire sempre più realistica, volitiva ed efficace, inconfondibile col falso pacifismo.. 2) La Chiesa bolognese, stimolata e guidata dalla nuova proposta del Papa e dal metodo che essa avvalora e diffonde, vuole credere – ancor più di quanto non abbia già manifestato in alcuni suoi atti precedenti – alla indivisibilità della pace, a tutti i livelli. La pace universale tra le nazioni, che dovrebbe bandire il pericolo ancora tanto incombente di una catastrofe umana, è indivisibile dalla pace all’interno di ogni paese, dalla pace religiosa, dalla pace sociale, dalla pace civica: essa non può essere solo elargita dall’alto ad opera dei supremi responsabili politici, ma deve essere anche costruita dal basso, instaurando l’unità e la concordia nella famiglia, nel quartiere, nella città, ecc. ed edificando, per gradi successivi, una volontà ed una esperienza pacifica sempre più vasta e partecipata, che sia invincibile rifiuto e insormontabile ostacolo alle inclinazioni di qualunque alto responsabile verso l’impiego di mezzi violenti per la soluzione delle contese internazionali. Questo rifiuto per noi non è tanto una scelta morale o politica, ma scaturisce in modo immediato, al grado attuale di consapevolezza storica e cristiana, dal fondamento stesso dell’Evangelo di Cristo, al quale ci appellavamo un anno fa nel nostro incontro di palazzo d’Accursio. 3) La Chiesa di Bologna si sente investita, per la sua parte, della responsabilità, che oggi grava su tutti, per la formazione di una leale ed energica coscienza di pace nelle giovani generazioni. Nell’ambito della universale chiesa di Cristo, la Chiesa locale – come comunione, immediata e direttamente sperimentabile, di fede, di culto, di opere – può avere una particolare forza di magistero, in proporzione della sua capacità concreta di coerenza e di esemplarità.
Perciò la nostra comunità ecclesiale vuole assumersi da oggi un impegno educativo più forte e sistematico per concorrere – in spirito di servizio e di collaborazione con tutte le istituzioni competenti, specialmente con la famiglia, la scuola e la comunità civica di base – a nutrire nei giovani uno slancio, sempre più coraggioso e attivo, per il superamento di ogni forma di violenza. Come oggi diviene categorico il dovere, per ogni uomo e per ogni comunità, di concorrere a liberare tutti gli altri uomini, nessuno escluso, dalla fame e dall’oppressione, così si va chiarendo il dovere di tutti di contribuire a liberare, specialmente i giovani, dalla superstizione della guerra. Perciò ci dichiariamo pronti a studiare ogni concorso efficace per promuovere nelle coscienze giovanili quelle scelte più consapevoli e più generose, se pure esposte a grandi incomprensioni sacrifici, che sono necessarie per preferire al servizio della violenza che uccide e distrugge, quello della pace che edifica e vivifica (Cfr. costituzione conciliare Gaudium et spes. n. 78 e 79 ed enciclica di Paolo VI Populorum progressio, n. 74). Illustre signor Sindaco, con questi convincimenti e con questi propositi, la Chiesa di cui sono il Vescovo, assieme al mio Coadiutore, trasmette alla civica comunità di tutti i bolognesi il messaggio di pace del Sommo Pontefice.
Figli direttissimi, Popolo di Dio della nostra Santa Chiesa bolognese, nell’odierna eucarestia celebriamo l’ottavo giorno dalla nascita del Salvatore, come ci ha detto or ora l’Evangelo: “Quando furono compiuti gli otto giorni per la circoncisione del bambino, fu circonciso e fu chiamato Gesù”. Secondo l’ordine dato da Dio ad Abramo (Gen., 17, 9-14), rinnovato a Mosè nell’Esodo (Es., 12, 44; cfr. Lev., 12, 3), la circoncisione era per tutte le tribù di Israele il segno dell’alleanza con Dio, e per ognuno, in particolare, il segno dell’appartenenza al Popolo eletto, la condizione per partecipare alla santa assemblea e per comunicare alla salvezza nella Pasqua del Signore.
Ma in Cristo circonciso il sogno si concreta e il simbolo diventa realtà, e non più soltanto per un popolo, m per l’intero genere umano. Il primo sangue versato dal Dio Bambino inizia il sacrificio del Calvario e anticipa il lavacro di “acqua e sangue” (Gv., 19, 34) che ne scaturirà non più soltanto per la razza di Abramo, ma a riscatto di tutti gli uomini di ogni “razza, lingua, popolo e nazione” (Ap., 5, 9). Così, la circoncisione del figlio di Maria, da un lato significa la sua appartenenza al popolo d’Israele, dall’altro anticipa il battesimo cristiano, cioè l’universalità del “sigillo della giustizia della fede” (Rom., 4, 11), nella quale tutti gli uomini – nessuno escluso – potranno essere “circoncisi nel cuore secondo lo Spirito” (Rom., 2, 29) riuniti in un unico e definitivo popolo di Dio.
Dunque, già in questo ottavo giorno del Natale, nel nome di Gesù “viene annunziato un Buon Annunzio eterno a quelli che abitano sulla terra, ad ogni nazione, razza, lingua e popolo” (Ap., 14, 6). Ed è proprio meditando l’universalità dell’Evangelo di salvezza, che anche noi – secondo il desiderio del Sommo Pontefice – presentiamo in questo giorno l’appello per la pace rivolto dal Papa a tutti gli uomini della terra. Abbiamo già offerto il messaggio pontificio ai capi di altre comunità di credenti in Bologna e alle Autorità responsabili delle comunità e istituzioni civili. Qui, in questa Messa Episcopale, lo consegniamo idealmente a tutti i fedeli della nostra Chiesa bolognese: a quanti, con noi – secondo la parola dell’Apostolo letta poco fa -, credono che oggi “l’amabile bontà del nostro Dio salvatore si è rivelata a tutti gli uomini”.
1) La liturgia odierna e il Messaggio pontificio convergono oggi ad illuminare il mistero e l’impegno della nostra unità e pace con tutti gli uomini in Cristo: a farci, dunque, sentire in modo particolarissimo questo come il momento di “rinunziare all’ira, allo sdegno, alla malignità”, il momento di rivestirci dell’uomo nuovo, “nel quale non vi è più Greco né Giudeo, né circonciso né incirconciso, né barbaro né Scita, né schiavo né libero, ma in tutto e in tutti Cristo” (Col., 3, 8 e 11). Perché il nostro anelito e la nostra preghiera di pace per tutte le nazioni possano essere autentici e sinceri, occorre che noi, in questa sede, rinunziamo a cercare, a giudicare le cause di divisione e di conflitto che possono venire da altri, ma piuttosto imploriamo dallo spirito il dono di sapere “esaminare noi stessi, per non essere giudicati” (Cor., 11, 31). “Ognuno di noi – dice l’Apostolo – renderà conto a Dio di se stesso. Dunque non giudichiamoci più a vicenda, ma pensate piuttosto a non mettere inciampo né dare scandalo al vostro fratello” (Rom., 14, 12-13).
2) Fratelli e figli direttissimi, vorrei aprirvi tutto il mio animo, confessarmi a voi, davanti al Signore e alla Vergine, della quale la liturgia di oggi con tanta insistenza invoca l’intercessione. Da più giorni, il Messaggio del Santo Padre mi sospinge a scrutare la mia coscienza e la mia vita. Mi chiedo quale è stata la testimonianza di pace mia personale e dell’intera nostra comunità ecclesiale. Mi domando soprattutto fino a che punto possiamo avere talvolta inclinato a vedere solo in altri la causa dei disordini e dei conflitti ed eventualmente a giudicarli come fomentatori di guerra e perturbatori della pace, piuttosto che esaminare noi stessi ed eventualmente preoccuparci di togliere da noi le pietre d’inciampo sul cammino della pace e le ragioni di scandalo, forse inconsapevolmente offerte ai credenti e ai non credenti.
3) O figli amati in Cristo, vi confesso ancora che del Messaggio che ora vi presento, alcune parole mi sono entrate più a fondo nell’anima, cioè quelle in cui il Santo Padre spiega la sua insistenza nel parlare e nell’operare per la pace: “Vorremmo che non mai ci fosse rimproverato da Dio e dalla storia di avere taciuto davanti al pericolo di una nuova conflagrazione fra i Popoli, che – come ognuno sa – potrebbe assumere forme improvvise di apocalittica terribilità”. Anche a me, secondo la mia misura e responsabilità, anche a me, da tanti anni vostro Pastore e vostro Maestro, voglia il cielo che non si debba mai rimproverare di avere taciuto qualche cosa che potesse essere essenziale alla valida testimonianza di pace della nostra Chiesa, nel contesto – umano, sociale, culturale – in cui essa vive ed opera. Perciò non posso ora limitarmi alla semplice consegna del testo del Sommo Pontefice: ma quasi a suggello e a commento di esso sento di dover mettere nelle vostre mani i sentimenti più profondi del mio cuore di Pastore della nostra Chiesa.
4) Io vorrei riempire questa consegna con tutto ciò che ho detto e fatto per la pace in tutta la mia vita: specialmente in questi ultimi anni, nel Concilio, nel governo e nell’insegnamento ordinario in Diocesi, nelle assemblee delle nostre Chiese, nell’Aula del Consiglio comunale e in quelle delle varie istituzioni bolognesi. Vorrei ora in particolare richiamare alla mia coscienza e riproporre a voi il discorso in cui, alcuni mesi or sono all’Archiginnasio, ho cercato di esporre i temi principali della dottrina conciliare e della visione biblica sulla pace: penso che quel discorso trovi ora, al di là del previsto, una verifica e una nuova attualità in tutto quello che accade e viene detto da tante parti in questi ultimi giorni.
5) Ma soprattutto oggi piego le ginocchia al Signore, che giudicherà la mia vita e il mio episcopato, e mi chiedo se quel che ho detto sinora può bastare o se ancora non vi sia qualche cosa da aggiungere, per orientare ancora meglio le nostre anime a pensieri e a opere di pace, proporzionate all’estrema gravità del pericolo e dell’impegno storico che, variamente ma solidamente, grava su tutti. Mi vado convincendo sempre più che il compito della chiesa al riguardo è duplice, consta di due elementi complementari e inscindibili. Veramente “occorre adempiere l’uno, senza omettere l’altro”.
6) Da una parte, la Chiesa non deve stancarsi di diffondere, spiegare e rispiegare l’insegnamento generale cristiano sulla pace; deve anzi approfondire ancora più le radicali esigenze del Vangelo circa la rinunzia alla violenza; deve formare le coscienze; soprattutto deve metodicamente guidare i credenti e rispettosamente aiutare i non credenti a ricomporre in se stessi quella pace personale e interiore che l’uomo moderno poco conosce e che “è la radice profonda e feconda della pace esteriore, politica, militare, sociale, comunitaria” (Paolo VI, nel discorso di Natale).
7) Dall’altra parte, la Chiesa non deve far mancare il suo giudizio dirimente – non politico, non culturale, ma puramente religioso – sui maggiori comportamenti collettivi e su quelle decisioni supreme dei Responsabili del mondo, che possano coinvolgere tutti in situazioni sempre più prossime alla guerra generale e che possano, a un tempo, confondere le coscienze proponendo false interpretazioni della pace o false giustificazioni della guerra e dei suoi metodi più indiscriminatamente distruttivi.
8) Certo la Chiesa non può né deve assidersi arbitra nelle contese politiche fra le nazioni: memore della risposta data da Gesù a chi gli chiedeva di arbitrare la divisione dell’eredità fra lui e il fratello, deve ripetere agli uomini e agli Stati: “Chi mi ha costituito arbitro o ripartitore fra di voi?” (Luca, 12, 13-14). Certo la Chiesa – per non apparire invadente o parziale o imprudentemente impegnata nell’opinabile e nel contingente – deve affinare sempre più la sua purezza trascendente e il suo distacco da ogni interesse politico e persino da ogni metodo in qualche modo analogo a quelli delle Potenze.
9) Ma la Chiesa non può essere neutrale di fronte al male, da qualunque parte venga: la sua via non è la neutralità ma la profezia. Pertanto, nell’umiltà più sincera, nella consapevolezza degli errori commessi nella sua politica temporale del passato, nella solidarietà più amante e più sofferta con tutte le nazioni del mondo, deve tuttavia portare su di esse il suo giudizio, deve – secondo le parole di Isaia riprese nell’Evangelo (Mt., 12, 13) – “annunziare il giudizio alle nazioni”.
10) Il profeta può incontrare dissensi e rifiuti, anzi, è normale che, almeno in un primo momento, questo accada; ma se ha parlato non secondo la carne, ma secondo lo Spirito, troverà più tardi il riconoscimento di tutti. E’ meglio rischiare la critica immediata di alcuni che valutano imprudentemente ogni atto conforme all’Evangelo, piuttosto che essere alla fine rimproverati da tutti di non aver saputo – quando c’era ancora il tempo di farlo – contribuire ad evitare le decisioni più tragiche o almeno ad illuminare le coscienze con la luce della Parola di Dio.
11) Figli miei, le ultime circostanze mi hanno indotto a ripensare in concreto alle esperienze di guerra attraversate nella mia lunga vita: ancora come chierico, e poi come sacerdote novello, quando mi ha sorpreso e mobilitato la prima guerra mondiale. Ho ripercorso il travagliato itinerario di questi ultimi cinquant’anni e delle diverse guerre in cui si è trovato coinvolto, suo malgrado, il nostro Paese. Ho voluto rivedere, con gli occhi di oggi, le singole decisioni supreme del 1915, del 1936, del 1940 che hanno portato tre volte il nostro Popolo in guerra. In guerre che nessuna esigenza vitale di sopravvivenza e di giustizia ci imponeva, in guerre che il Popolo, nella sua maggioranza, non voleva e non sentiva, ma che tuttavia furono intraprese dai governi per una concatenazione quasi fatale di pregiudizi, di ambizioni, di tragiche leggerezze, di fatalismo, o per il meccanismo incontrollabile delle alleanze impegnate dai Capi.
12) Ebbene, se ripenso a tutto l’arco di questi dieci lustri, debbo riconoscere che la parola più concreta e incidente, in rapporto alle vicende belliche in cui l’Italia fu coinvolta, fu pronunziata appunto cinquant’anni fa da Benedetto XV: alludo al suo giudizio che definiva la guerra in corso fra le Potenze una “inutile strage”. Quel giudizio – veramente non politico, non diplomatico, ma religioso – fu immediatamente il bersaglio di ogni accusa: ma oggi da tutti si riconosce che quella parola profetica costituisce uno dei titoli maggiori della statura, pontificale e storica, di Papa Benedetto.
13) E adesso, potremmo facilmente passare, da quell’esempio, lontano ma tanto significativo, a un esempio attualissimo. La dottrina di pace della chiesa (messa sempre meglio a fuoco da Papa Giovanni, dal Concilio, da Papa Paolo), per l’intrinseca forza della sua coerenza, non può non portare oggi a un giudizio sulla precisa questione dirimente, dalla quale dipende oggi di fatto il primo inizialissimo passo verso la pace oppure un ulteriore e forse irreversibile passo verso un allargamento del conflitto. Intendo riferirmi, come voi ben capite, alle insistenze che si fanno in tutto il mondo sempre più corali – e delle quali si è fatto eco il Papa nel suo recentissimo discorso ai Cardinali – perché l’America (al di là di ogni questione di prestigio o di giustificazione strategica) si determini a desistere dai bombardamenti aerei sul Vietnam del nord. Il Santo Padre ha detto testualmente: “Molte voci ci giungono invitandoci ad esortare una parte belligerante a sospendere i bombardamenti. Noi lo abbiamo fatto e lo facciamo ancora… Ma contemporaneamente invitiamo di nuovo ora l’altra parte belligerante…a dare un segno di seria volontà di pace”.
14) La Chiesa, questo, lo deve dire, anche se a qualcuno dispiacesse. Lo deve dire perché, a questo punto, è il caso di coscienza immediato di oggi, è il primo nodo da cui possono dipendere le svolte più fauste o più tragiche. In paragone a questo nodo concreto, a questa scelta compromettente, l’attualità odierna dell’Evangelo si verifica, essa può effettivamente attirare e orientare gli spiriti, specialmente delle nuove generazioni e la sua dottrina di pace non resta teoria evanescente, ma si incarna e può incidere sulla storia degli uomini.
15) Figli direttissimi, tutto questo esame di coscienza e questo confronto più scavato tra l’Evangelo e la problematica più bruciante dell’ora presente, riportano i nostri spiriti alle considerazioni che ci suggeriva all’inizio la liturgia odierna: per la Chiesa e per il cristiano è una cosa tremendamente impegnativa e concreta l’universalità della salvezza donata a tutti gli uomini nel sangue di Gesù, l’unità e la pace fondata fra tutti gli uomini in Cristo, unico Salvatore del mondo. E’ un mistero tanto trascendente ogni possibile motivo umano di differenza o di disaccordo, tanto imperativo e tanto vincolante, che non ci può essere età della Chiesa, ed età del mondo, che non ne sia del tutto condizionata, dominata con una coerenza sempre più lucida e radicale, man mano che l’umanità procede anche nel suo cammino storico, nelle sue possibilità smisuratamente più grandi di concordia o di conflitto.
16) Perciò è sembrato a me, vostro Padre in Cristo, di essere debitore – di fronte a voi e ancora più di fronte ai vostri figli – di un debito che vorrei adempiere sin da questo nuovo anno 1968, almeno predisponendo alcune premesse che altri, secondo il divino beneplacito, porterà a più avanzato sviluppo. Intendo dire che mi sento in obbligo di impegnare me stesso e tutta la nostra comunità ecclesiale – più di quanto finora non si sia fatto – a un più largo e più approfondito sforzo catechetico per dare ai nostri ragazzi e ai nostri giovani in dimensioni nuove una coscienza evangelica dell’universale fraternità in Gesù, del rispetto assoluto della dignità di ogni uomo redento in Cristo, del rifiuto radicale di ogni forma di violenza, interiore ed esteriore, privata e collettiva.
17) Dicevo un anno fa che avrei voluto essere sempre più e soltanto un servitore dell’Evangelo, e che avrei voluto ormai lasciarmi incontrare solo col Vangelo sulle labbra e nell’anima da tutto il popolo di Bologna. Ora vorrei precisare: in quest’anno che si inizia col messaggio del Papa a tutto il mondo, vorrei essere un servo dell’Evangelo di Pace, vorrei che tutta la Chiesa di Bologna non fosse altro che un unico generale annunzio dell’Evangelo di Pace a tutti ma specialmente ai giovani, perché tutta la nostra gioventù possa divenire una grande forza, spirituale e storica, nei nostri giorni – malgrado tutte le tentazioni, tutti i miti e tutte le compromissioni di guerra – “operatrice di pace” e perciò, secondo la promessa delle Beatitudini, veramente “figlia di Dio” (Mt., 5, 9).
La grazia e la pace del Signore nostro Gesù Cristo siano con voi. Apro il Vangelo, il codice della nostra vita di sacerdoti e di cristiani, e leggo: “Io sono un uomo sottomesso ad altri e dico ad un soldato: vieni, ed egli viene; e ad un altro: vai, ed egli va. E al mio servo: fa questo, ed egli lo fa”. Mi fu detto or sono quasi sedici anni, dal Pastore supremo del gregge di Cristo: “vieni”, ed io venni e, fiducioso e ardito, presi il governo di questa santissima Chiesa petroniana; mi è detto oggi, ancora dal Pastore supremo: “Vai”, ed io vado, sereno e lieto di ubbidire. Vado non lontano, dacché la lettera apostolica Ecclesiae sanctae, che interpreta e circostanzia il dispositivo conciliare, consente ai vescovi dimissionari di rimanere nel territorio della diocesi dove sono stati pastori; rimango perciò in questa terra benedetta, dalla quale tante prove di affetto ho avuto, ben oltre il mio merito; la “Villa San Giacomo”, che la Provvidenza mi consentì tempestivamente di costruire per facilitare a ragazzi di umile famiglia un positivo inserimento nella società, sarà la dimora ospitale dove, nel silenzio e nella preghiera, spero attendere serenamente l’arrivo di Colui che deve tornare. “Dice infatti: Si, vengo presto! Vieni, Signore Gesù! Amen” (Ap., 22, 20).
Ma non posso, dilettissimi nel Signore, lasciare la cura del gregge senza attestarvi ancora una volta l’affetto profondo con cui vi ho amati tutti in questi sedici anni e vi ho portati nel cuore. Ho amato come una sposa ingemmata del Sangue di Cristo questa Chiesa di Dio pellegrina in Bologna, così profondamente e vitalmente inserita nell’unica Chiesa cattolica e pur così caratterizzata dai suoi carismi, dalla sua vocazione profetica, dalle sue sofferenze e insieme dall’esuberanza della sua gioia e dalla ricchezza della sua missione di pace. Ho amato la nostra montagna, povera e oggi disertata, ma ricca ancora di tanta fede; la nostra bassa opima, con le sue lotte sociali e la spinta generosa della sua gente verso nuove mete di giustizia e di elevazione; ho amato tanto questa città, così bella nei suoi monumenti, nel suo calore, nella vivacità e cordialità della sua gente, nel suo senso profondo di ospitalità.
Momenti di stupore e di estasi, vissuti tante volte – fin dal primo indimenticato incontro – al tramonto, sul pronao di San Petronio, sotto gli occhi della Madonna di Jacopo, davanti ad una folla innumere, assorta! Ore di gaudio con i piccoli; ore festose, di fraternità nelle assemblee liturgiche; ore pensose o entusiastiche nelle giornate sacerdotali! Come, di queste ore, di tante altre, come, di tutti gli apporti che mi sono stati offerti dalla vostra generosa e fedele collaborazione, delle stesse ore ansiose insieme vissute, anche lottando, in sincera ricerca di bene; come ringraziare sufficientemente il Signore? Non è Lui infatti il Padre delle luci, dal quale viene a noi ogni dono perfetto? E come ringraziare voi, diletti figli, sacerdoti e fedeli, della vostra attenzione ai miei indirizzi, della vostra prontezza e cordialità, della generosità del vostro lavoro, incalzato da sempre nuovi problemi? Vi benedica il Signore per la vostra amorosa intelligente collaborazione; per il vostro affetto e la vostra devozione filiale, per il conforto e la forza che mi avete dato. Abbiamo insieme sofferto e lavorato: Dio ci benedica! E vogliate guardare con larghezza di comprensione e di generoso compatimento le mie insufficienze, i miei limiti, le carenze del mio servizio, le amarezze di cui aveste a soffrire. Mi è di grande conforto una constatazione. Vado via in pace con tutti. E mi consola constatare come effettivamente la nostra città e diocesi è oggi chiaro esempio di composta convivenza civica, intesa al bene comune nel rispetto reciproco.
Al veneratissimo e dilettissimo fratello, l’arcivescovo nostro monsignor Antonio Poma, con il più convinto incoraggiamento ad assumere e tenere con serena fiducia il governo pastorale di questa archidiocesi benedetta, l’augurio affettuoso e cordiale che ai suoi luminosi indirizzi la comunità ecclesiale bolognese risponda con quella stessa generosità con cui ha risposto al vecchio pastore che la lascia; possa egli, con la collaborazione di tutti, realizzare e oltrepassare di gran lunga le mete cui, in questi mesi, abbiamo guardato insieme, ed effettuare la tanto amorosamente maturata e sofferta riforma post-conciliare! Ai confratelli dell’episcopato, posti dallo Spirito Santo a reggere le Chiese di Romagna e di Emilia, con i quali abbiamo fraternamente collaborato per questa terra di Sant’Apollinare; ai vescovi, che ebbi ausiliari preziosi all’opera mia, gli angeli delle Chiese di Cremona, di Reggio e di Ivrea, il grazie, l’augurio, il ricordo perenne – che amo pensare reciproco – all’altare dello Spirito Santo e immacolato. Alle autorità tutte di ogni ordine della città, provincia e regione, delle quali ho sperimentato la squisita gentilezza e goduto le premurose attenzioni e la leale collaborazione, grazie! Il Signore benedica e fecondi il loro servizio alla comunità dei fratelli! E a voi, sacerdoti, che foste il mio braccio destro e sinistro, che vigilaste per me sul gregge e portaste alle anime la mia parola; che sosteneste con me “il peso della giornata e del calore” (Mt., 20, 12), la testimonianza di grato affetto vuol essere anche attestato di commossa ammirazione: mi avete seguito fiduciosamente, anche quando potevano parer nuove le strade che imboccavo. Non sempre altri compresero. Voi si; ed aveste fiducia e, pur superando sedimenti antichi e tradizioni incarnate nella vita, avete accolto, filialmente generosi, gli indirizzi del vescovo. Il Concilio, confermando e superando, vi ha ricompensati ad usura della vostra fedeltà. Il vostro Vescovo vi ringrazia; siete un clero povero ma dignitoso, colto ma accogliente e cordiale, alacre nello zelo e nel lavoro e custode di una spiritualità devota: il Signore vi aumenti di numero e di fervore e conforti il vostro ministero!
Ma tra voi tutti, un pensiero particolarmente devoto e grato ho – e non posso fare a meno di avere – per colui che mi fu per breve tempo pro vicario generale, ma già dal lontano 1952 figlio devoto e collaboratore efficientissimo, don Giuseppe Dossetti; al quale unisco la doppia comunità di Monteveglio e quella del Centro di documentazione in un effuso ringraziamento, più che per l’aiuto prezioso a me personalmente offerto, per i rivoli di luce, di grazia e di salvezza, onde viene irrigata la diocesi e, con essa, la Chiesa di Dio. Ai religiosi tutti e a quelli, in particolare, che collaboravano nell’impegno della cura parrocchiale; alle religiose esemplarmente zelanti nell’aggiornarsi alla luce del Concilio, alle loro istituzioni di carità, di assistenza e di educazione – oh, i tanto modesti e pure meravigliosi “asili” del contado! – una grande, riconoscente, incoraggiante benedizione! Che vorrei particolarmente grande, come per i giovani seminaristi diocesani, per gli allievi degli studentati, con la preghiera che, gli uni e gli altri, nel clima conciliare dell’ Optatam totius, crescano, fioriscano e diano frutto abbondante; ed anche – perché no? – possano tutti trovarsi uniti in quell’unico “studio generale”, che, dopo essere stato lunghi anni un sogno, appare ora una mèta degna degli sforzi più generosi.
“Cari eletti di Dio, Santi e prediletti” (Col., 3, 12), che servite nelle nostre opere, associazioni, istituti, sodalizi e specialmente nell’Azione Cattolica, siate riconoscenti al Signore, proseguite nella testimonianza al suo Vangelo e nell’apostolato; il vescovo, che vi ebbe accanto e sempre poté contare su di voi, sulla vostra fedeltà, generosità e intelligenza, non può dirvi che grazie: prega il Signore a retribuirvi! Ciò che amo dire con le stesse parole e gli stessi sentimenti a tutti gli uffici diocesani di vecchia istituzione e recenti: il fervore delle loro opere e manifestazioni ha segnato nella nostra Bologna un’impronta che non si cancella! Dilettissimi fratelli tutti, popolo di Dio, famiglia del Signore; operai, agricoltori, braccianti, artigiani, imprenditori, professionisti, docenti, allievi; ammalati, poveri, vecchi, sofferenti; donne, giovani, bimbi dilettissimi, buone famiglie bolognesi; vorrei venire a voi, casa per casa, a dirvi la parola che forse non ho saputo dire abbastanza, l’unica parola che salva, quella di Gesù! Ma io passo e la Chiesa resta, a lei, che ne è depositaria e maestra, guardate. Ella è, secondo la parola di San Paolo, perennemente bella e perennemente giovane: “senza macchia e senza ruga” (Ef., 5, 27), ascoltatela; e Dio vi prosperi e vi conforti e vi unisca nella fraternità santa, e vi benedica! Così, come oggi e finché il Signore mi darà vita, vi benedico e vi benedirò, tutti e ognuno, augurandovi ancora la grazia e la pace del Signore Gesù.
Dal citato fascicolo della rivista Trimestrale, p. 819 sgg.:
"Il 27 gennaio, sabato verso le 11 del mattino, una Mercedes del Vaticano è entrata nella villa San Giacomo […]. Un sacerdote è sceso dalla vettura […]. Era mons. Civardi, della Congregazione concistoriale; non aveva appuntamento, doveva essere ricevuto subito […]. Veniva ad annunziare all’arcivescovo che avrebbe dovuto lasciare l’Archidiocesi di Bologna. Fissasse lui la data, ma con l’avvertenza che più presto l’avesse lasciata, meglio sarebbe stato. Il cardinale […] ha chiesto un solo chiarimento. Vorrei sapere – ha detto – se questo ordine mi viene dagli uffici della Curia o se è il Papa in persona che me lo dà. Mons Civardi ha spiegato che l’ordine veniva dal Papa in persona […]. E per dimostrarlo ha cavato dalla cartella un foglio […]. Era una lettera che Lercaro aveva scritto a Pio XII nell’aprile 1952, appena nominato arcivescovo di Bologna. In essa, l’allora mons. Lercaro ringraziava Pacelli della fiducia accordatagli e concludeva dicendo: “Lascio libero il Papa di togliermi la diocesi in qualunque momento, per qualunque ragione, senza alcun riguardo per la mia persona”. Montini – ha lasciato intendere mons, Civardi – accoglieva ora l’invito fatto da Lercaro a Pacelli e gli toglieva la diocesi, senza spiegargliene la ragione oltre che senza farsi riguardi per la sua persona.
Fissata la data delle dimissioni per il 12 febbraio, la Santa Sede lo vincolava espressamente al più rigoroso segreto. Il cardinale […] ha obiettato che desiderava poter comunicare personalmente la notizia ai suoi più diretti collaboratori e ai ragazzi ospiti della villa […]. Da Roma, da lì a qualche giorno, il cardinale Confalonieri ha comunicato a Lercaro che poteva rendere nota la notizia a tre sole persone: il suo successore mons. Poma, il suo coadiutore don Giuseppe Dossetti, il suo segretario personale mons, Fraccaroli, e doveva estendere a tutti e tre, beninteso, il vincolo del segreto". Questa ricostruzione – la più precisa, né mai smentita – del modo in cui furono ottenute e comunicate le “dimissioni” del card. Lercaro dall’Archidiocesi di Bologna , è comparsa sull’ Europeo del 29 febbraio, a firma di G. Pecorini. Essa viene avallata da una scarna cronaca, molto autorevole dato l’argomento, comparsa in un inserto di Testimonianze (gennaio-febbraio), intitolato “Omaggio al card. Lercaro”. Ben pochi i dati nuovi rivelati dalla rivista fiorentina, comunque anch’essi tali da rendere ancor meno edificante l’epilogo imposto a un dissenso, quello apertosi tra Roma e Bologna, su tutta l’interpretazione del Concilio e sugli orientamenti postconciliari di Paolo VI. Primo: nessuna motivazione è stata data della decisione della “Suprema autorità”. Secondo: si era convenuto che solo alle ore 12 del giorno 12 febbraio sarebbe cessato il vincolo del segreto sulle dimissioni (che rese impossibile al cardinale qualunque comunicazione o saluto nei confronti di coloro che doveva lasciare) e tuttavia alle 11, un’ora avanti di quanto fissato, usciva il primo comunicato dell’ Agenzia Italia, in cui si parlava di “dimissioni”, di “età avanzata”, di “condizioni di salute”. Siffatta presentazione era ripresa nel pomeriggio, in un brevissimo comunicato ufficiale, dall’Osservatore Romano, che pubblicava, in luogo della lettera di ringraziamento e di congedo del Papa, come era avvenuto per gli altri cardinali (di curia), una lettera dell’ottantacinquenne Segretario di Stato,Amleto Cicognani. Anche in questa si accenna a una “spontanea decisione” del prelato bolognese e si invoca “l’effusione dei celesti favori” sulla sua decisione (secondo la rivista Panorama del 22 febbraio, questa lettera è stata data alla stampa prima che fosse pervenuta al cardinale). Alle 15,12 dello stesso giorno, infine, l’agenzia Ansa comunicava che il card. Lercaro aveva inviato una lettera di congedo a tutti i membri della sua archidiocesi, nella quale chiaramente si smentivano le pretese dimissioni [segue il primo capoverso della lettera da noi ora riprodotta].