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Introduzione...

Anche la “Rivista Trimestrale – nuova serie” fu attenta alla strategia di rinnovamento interno e internazionale intrapresa da Mikhail Gorbaciov. Vi dedicò fra l’altro, quasi per intero, il fascicolo n.4/1986, che sotto il titolo complessivo “L’altra riva del fiume” comprese i seguenti saggi: Raffaele D’Agata- “La politica estera del nuovo corso sovietico. In cerca di un internazionalismo pratico”; Domenico Mario Nuti- “I problemi dell’area socialista. La crisi economica dell’Europa orientale: ripercussioni e prospettive”; Claudio De Vincenti- “I temi della ‘perestrojka’ di Gorbacev. Una riforma difficile”; Osvaldo Sanguigni- “La questione distributiva in URSS. A ciascuno secondo il suo lavoro”; Evghenij G. Jasin- “Un contributo dall’interno. Proprietà sociale, incentivi e calcolo economico; Rita Di Leo- “Il partito e lo Stato. Tra utopia e localismo”. Riportiamo qui a fianco la Prenessa redazionale del fascicolo e il saggio di Raffaele D’Agata.

L’ALTRA RIVA DEL FIUME
(premessa redazionale)

Solo pochi anni fa nessuno avrebbe scommesso sulla singolare inversione verificatasi di recente nelle dinamiche dei due Paesi leader della scena politica internazionale. Mentre l’America di Ronald Reagan sta attraversando una fase di profonda crisi politica e di ripiegamento su se stessa, mentre il messaggio neoliberista ha perduto molto del suo mordente, mentre la politica estera dell’amministrazione USA segna il passo, costretta come è tra una perdita di credibilità e una ostinazione stanca sul contestato progetto delle “guerre stellari”, si assiste a una spettacolare accelerazione delle iniziative politiche, sul piano interno e sulla scena internazionale, dell’Unione Sovietica di Gorbacev. In Occidente si è venuta diffondendo la convinzione che il “pianeta URSS” è uscito dal suo lungo letargo, che è tornato a essere un protagonista attivo e dinamico della politica mondiale, che quanto sta succedendo a Mosca è destinato a influenzare profondamente il nostro futuro. Gorbacev suscita curiosità e interesse: tutti si interrogano sulle sue strategie, sui problemi che sta cercando di risolvere, sulle difficoltà che deve affrontare, sulle resistenze che incontra.

Il bisogno di capire quello che sta succedendo nei Paesi oltre l’Elba e, prima di tutto, al centro del sistema del “socialismo reale”, è del resto un bisogno importante e giustificato: il futuro delle economie e delle società del “mondo capitalista” sarà profondamente influenzato da quel che si deciderà a Mosca e dintorni. Si comprende perciò lo spazio che la pubblicistica occidentale sta dedicando alle novità sovietiche. D’altra parte, capire è tutt’altro che facile. Troppo poco sappiamo sull’economia e sulla società sovietiche. Troppo forte è stato il disinteresse, sorretto da una malintesa convinzione che nulla di nuovo e di importante potesse succedere in quei Paesi.

Troppo rari e isolati gli studi sull’argomento. Anche oggi le analisi che si vengono facendo appaiono, nella grande maggioranza, disperatamente superficiali, giornalistiche, viziate da un errore di partenza, che induce a guardare cosa sta succedendo nell’Unione Sovietica con “occhiali” occidentali; per cui tutto sembra ridursi, sul fronte politico, a un problema di democratizzazione, dove il punto di riferimento è costituito dal paradigma delle democrazie rappresentative occidentali e, sul fronte economico, a un problema di ritorno al mercato, anche qui con un punto di riferimento costituito dal modo di funzionare delle economie capitalistiche.

Questo modo di interpretare le recenti vicende sovietiche appare insomma viziato da una sorta di desiderio di omologazione, di ricucitura della storica “ferita” aperta nel 1917, di ritorno di un pezzo importante dell’Europa nel solco della sua storia secolare; in altri termini da un desiderio di rivincita, quasi che il cammino indicato dalle borghesie europee sia l’unico percorribile per le società moderne. Si avverte insomma la speranza che la stessa Unione Sovietica finisca, meglio tardi che mai, col “ravvedersi”, che si decida finalmente a rinunciare a percorrere il vicolo cieco in cui la leadership operaia l’avrebbe costretta. Curiosamente, anche i più fedeli sostenitori dell’esperienza sovietica sembrano sensibili a un tale approccio interpretativo, e manifestano perciò qualche riserva sulla recente svolta della politica sovietica: quel che per altri si esprime come speranza, per loro si esprime come timore, come preoccupazione che Gorbacev finisca con lo “svendere” le conquiste del proletariato rivoluzionario.

C’è un duplice errore, a nostro avviso, in un atteggiamento del genere. Innanzitutto, le analisi e le proposte dibattute a Mosca, e le importanti decisioni che sono state già prese, vengono astratte dal contesto in cui sono sorte e dalle problematiche che le hanno suscitate, sicchè si finisce per non capire effettivamente come esse si collocano nel quadro strutturale (politico, economico e sociale) del sistema sovietico. Il rischio, insomma, è quello di una lettura caricaturale o, nella migliore delle ipotesi, deformata di quegli avvenimenti. Il secondo errore è quello di non comprendere la posta in gioco della lotta politica che da molti segnali si avverte essere in corso nel gruppo dirigente sovietico: di nuovo, sarebbe fuorviante e caricaturale ridurla a una contrapposizione (o, come piace enfatizzare alla nostra stampa, a uno scontro) tra un’ala “conservatrice” che vuole salvare le conquista del 1917 e un’ala “progressista” che vuole liquidarle. Capire è dunque difficile. Per poter esprimere valutazioni sensate sulla svolta gorbaceviana, abbiamo bisogno di maggiori informazioni.

Prima di tutto abbiamo bisogno di analisi spassionate, non viziate da pregiudizi; che ci informino sui meccanismi secondo cui ha funzionato finora l’economia sovietica; che ci informino sulla natura della crisi che negli ultimi anni ha colpito quell’economia (e quelle che vi gravitano attorno); che ci informino sul ruolo del Partito comunista sovietico nella determinazione delle dinamiche sociali ed economiche; che ci informino sulle determinanti di fondo (sulla “stella polare”) della politica estera sovietica; che ci forniscano suggestioni e suggerimenti sui nessi tra queste tematiche. Solo allora potremo sperare di comprendere un po’ meglio quello che sta accadendo. E’ con tale atteggiamento che abbiamo deciso di dedicare un fascicolo della “Rivista trimestrale” a queste problematiche. Esso, accanto a lavori scritti da persone che fanno parte del gruppo che si raccoglie attorno alla nostra Rivista (Raffaele D’Agata e Claudio De Vincenti), ospita lavori di studiosi che da sempre si dedicano a ricerche sull’argomento (Rita Di Leo, Domenico Mario Nuti e Osvaldo Sanguigni) e anche lo scritto di un economista sovietico di primo piamo (E.G.Jasin).

Come è ovvio, questi lavori non sono completamente omogenei, e del resto sarebbe ben strano se la Rivista pubblicasse soltanto contributi che è disposta a sottoscrivere nella loro interezza. Ferme restando, dunque, le opinioni talvolta divergenti degli autori dei vari saggi, resta tuttavia il fatto che il quadro che emerge dalla loro lettura è notevolmente consonante, e si distacca in misura significativa dalle caricature e dalle superficialità della pubblicistica corrente. Emerge con chiarezza, innanzitutto, che le dinamiche di crisi e le ipotesi di soluzione su cui sta lavorando Gorbacev sono del tutto incomprensibili se non vengono calate nella sfera peculiare dell’esperienza sovietica. E ciò tanto nel campo dell’iniziativa politica sul piano interno e internazionale, quanto in quello della gestione dell’economia. Si è soliti, in Occidente, interpretare le vicende politiche sovietiche facendo ricorso al concetto di “impero” e a quelli, a esso strettamente connessi, di “dittatura” e di “politica di potenza”. Parallelamente, sul terreno economico, si ricorre al concetto di “economia di comando” e alla contrapposizione scolastica tra “piano” e “mercato” (dove il primo termine è caricato di valenze negative e il secondo finisce coll’essere usato come sinonimo di razionalità e di efficienza). Tali categorie interpretative hanno il grave difetto di ignorare del tutto il ruolo svolto da quella che può essere chiamata l’ “eredità dell’Ottobre”.

Ci sono molti modi per descrivere questa eredità. Qualcuno parlerebbe di ruolo dell’ideologia, qualcun altro di momento utopico, qualcuno, ancora, di motivazioni ideali. Comunque la si voglia chiamare, è certo che tale eredità ha svolto in tutta la storia sovietica un ruolo centrale e continua a svolgerlo anche oggi. Essa si manifesta come legame-tensione tra il programma consegnato nei testi classici di Marx e di Lenin e le scelte che i leaders che via via si sono succeduti alla guida dell’Unione Sovietica hanno dovuto fare nello sviluppo concreto della storia del loro Paese. Abbiamo parlato di legame e tensione: il primo si manifesta nel fatto che tutte le politiche (sul piano interno come su quello internazionale) portate avanti nell’URSS dal 1917 a oggi hanno assunto la sostanza del programma di Marx e di Lenin come irrinunciabile punto di riferimento; la seconda si manifesta nel fatto che la traduzione in concreto di quel programma si è sempre rivelata problematica.

Il nesso sofferto e difficile tra indicazione programmatica di fondo e gestione politica concreta emerge con grande chiarezza nelle pagine di Raffaele D’Agata dedicate a una discussione delle linee generali della politica estera sovietica. Il lettore vedrà che tale politica ha continuamente oscillato tra un’opzione internazionalistica, richiesta dall’affermazione della necessità di generalizzare le conquiste del socialismo, e una gestione isolazionistica, imposta da un atteggiamento di difesa della “cittadella” sovietica dall’accerchiamento delle potenze borghesi, in condizioni in cui il sistema economico non è considerato ancora sufficientemente robusto per aprirsi al confronto. Il controverso equilibrio fra questi due termini si configura come una sorta di “filo rosso” della politica estera dell’URSS da Brest-Litovsk a Reikjavik, attraverso Stalin, Chruscev e Breznev. Ritroviamo in forma diversa lo stesso nesso nelle vicende interne. L’articolo di Rita Di Leo mostra come il ruolo del Partito comunista dell’URSS sia significativamente segnato dalla tensione tra “utopia” e “localismo”: tra il momento di una direttiva che mira a realizzare nel concreto il modello disegnato dai padri fondatori e il modo in cui tale direttiva scende lungo le articolazioni del potere sovietico, in cui l’inerzia della società e della storia fanno sì che la trasmissione della direttiva si scontri con un tessuto sociale con caratteristiche antiche, talvolta quasi feudali.

Tutto ciò comporta una continua tensione tra un’esigenza di accentramento del potere, perché il messaggio possa scendere nella società e plasmarla, e una risposta diffusa determinata dal fatto che le articolazioni locali del potere, aderendo in modo più immediato alle pieghe della società, finiscono di fatto col vanificare la direttiva ma consentono, sia pure con gravi costi, il funzionamento del sistema. Questo nesso trova infoine le sue manifestazioni più vistose nel funzionamento del sistema ecoomico sovietico, alla cui analisi sono dedicati i lavori di De Vincenti, Jasin, Nuti e Sanguigni. Leggendo tali lavori si avrà modo di verificare quanto sia semplicistica, riduttiva e fuorviante la critica del meccanismo economico e delle sue riconosciute disfunzioni utilizzando la chiave di lettura dell’economia di comando e della contrapposizione tra piano e mercato. Si vedrà allora che il problema della riforma radicale attualmente dibattuto e portato avanti non si riduce a una questione di efficienza e di sprechi, ma ruota attorno all’esigenza di far sì che le scelte pubbliche trovino un riscontro e una risposta coerente attraverso i vari anelli in cui è articolata la gestione concreta dell’economia: i ministeri, le imprese e, in fondo, gli utilizzatori finali.

Provando a fare un passo avanti, emerge il problema – questo sì di interesse generale anche per noi, ma che nel dibattito sovietico è venuto maturando secondo vie interne e dinamiche affatto peculiari – delle difficoltà di riuscire a conciliare le scelte pubbliche e le funzioni di reazione individuali. Si può dire in proposito che in ciò l’esperienza sovietica è speculare a quella dell’Occidente. Da noi le scelte sono state affidate al mercato e l’insoddisfazione circa i risultati ha spinto a interventi correttivi per via politica; da loro si è avuto l’opposto. Nell’un caso come nell’altro la fusione tra le due dimensioni è problematica e costringe a un’ “arte pratica” faticosa e, in genere, parzialmente insoddisfacente, che provoca ripensamenti, oscillazioni e ritorni indietro: la forza del “meccanismo” costituisce nell’un caso come nell’altro un fattore di “inerzia” del sistema e di delusione circa le realizzazioni. Si può congetturare al riguardo che da noi come da loro la necessità, comunque, di agire non possa avvalersi, ancora, di una sufficiente elaborazione teorica che, ove fosse disponibile, potrebbe probabilmente suggerire soluzioni omogenee, in linea di principio, anche se ovviamente diverse nelle modalità pratiche.

D’altra parte, la politica ha le sue necessità e i suoi tempi, e non può quindi segnare il passo in attesa che la riflessione teorica predisponga le soluzioni. Può essere anzi che l’iniziativa politica, in quanto costretta a cercare la propria strada attraverso tentativi ed errori, favorisca l’emergere di un clima costruttivo di ricerca. Da questo punto di vista, gli sforzi di riforma di Gorbacev, del nuovo gruppo dirigente sovietico e degli intellettuali più impegnati nella perestrojka, se incontrano con ogni probabilità una navigazione difficile e irta di scogli – e i motivi di ciò appariranno chiari leggendo gli articoli -, devono essere però considerati come una iniziativa importante. Nei loro confronti sarebbe bene che l’Occidente si ponesse in un’ottica di serrvizio o, se si preferisce, di investimento, perché dal loro eventuale successo potrebbe trarre anch’esso frutti significativi, sia congiunturali che di lungo periodo. Sotto il primo profilo, come si dimostra con chiarezza nell’articolo di Nuti, c’è la possibilità che una lungimirante iniziativa dei governi e delle economie occidentali (un piano Marshall per i Paesi dell’Est?) possa aiutare loro a portare avanti il processo di riforma in condizioni meno difficili e aiutare anche l’Occidente a determinare condizioni economiche più favorevoli alla propria crescita. In un’ottica di più ampio respiro tutti quanti finirebbero con l’avvantaggiarsi di un quadro politico più stabilmente caratterizzato da una prospettiva di pace mondiale e da una evoluzione della ricerca teorica più esplicitamente finalizzata a coniugare le ragioni dell’economia con quelle della società […]

IN CERCA DI UN INTERNAZIONALISMO PRATICO
(Raffaele D’Agata)

Il termine “internazionalismo”, come è noto, è carico di significati piuttosto diversi entro differenti contesti culturali. Nella cultura anglosassone, e americana in particolare, esso suona prevalentemente come contrapposto a “isolazionismo”. Nella cultura del movimento operaio di radice marxista, il suo significato è troppo conosciuto per essere ulteriormente specificato, a prescindere dalle diverse determinazioni pratiche che i diversi partiti variamente legati a quella cultura hanno dato di esso secondo una varietà di situazioni e di scelte. Una caratteristica forse solo embrionale, eppure marcata, del nuovo corso sovietico, sembra consistere nella tendenza a favorire una comunicabilità reciproca, se non addirittura intercambiabilità, delle diverse accezioni del termine. Si può sostenere, cioè, che il nuovo corso si sforzi di sviluppare una politica estera internazionalista anche nel senso che questo termine può avere per menti e orecchie non particolarmente influenzate dal comune linguaggio della tradizione marxista.

Le caratteristiche dello Stato costruito di fatto via via, in una multiforme interazione tra intenti originari e sollecitazioni esterne, dalla rivoluzione del 1917, sono naturalmente assai complesse, e non è nelle possibilità di questo scritto esaurire in poche parole l’argomento. Se però si considera soltanto la fenomenologia della presenza di questo Stato come fattore della dinamica delle relazioni internazionali, si può affermare che si è trattato a lungo di uno Stato animato da un’idologia internazionalistica quale sua tendenza costitutiva e coesiva di fondo, mentre tuttavia esso si esprimeva come tale nelle sue relazioni esterne attraverso una politica estera marcata da considerevoli, e talvolta preminenti, connotati isolazionistici. Una volta fatte tutte le riserve che i grandi parallelismi storici sempre esigono, un dualismo analogo – a lungo latente, e poi via via più chiaro – è rintracciabile nella storia dello Stato costruito dalla rivoluzione americana, dalle origini fino a Woodrow Wilson.

Anzi, per quanto riguarda gli Stati Uniti, la permanenza di una specifica convinzione internazionalistica come non contrastante con una scelta pratica di tipo isolazionistico, e talvolta addirittura come motivazione di quel tipo di scelta, è largamente rintracciabile anche nella pubblicistica americana degli anni Venti e Trenta di questo secolo (trovando una formulazione quasi esplicita in talune dichiarazioni d’intenti e di principio della politica estera di Franklin D. Roosevelt alle sue prime mosse intorno alla metà degli anni Trenta). Il precedente caso americano permette cioè di estrapolare uno schema di compatibilità tra un’ideologia fondante del consenso nazionale e una fondamentale dottrina di politica estera, apparentemente contraddittorie.

Nell’ideologia si esprime, insomma, una convinzione circa il valore generale dell’esperienza politica maturata da una società e da un Paese, e fondata da una rivoluzione, tanto nel caso americano quanto in quello sovietico: la convinzione, cioè, di essere diversi da un preciso e rilevante termine di riferimento (il Vecchio Mondo europeo nel caso americano, il “mondo capitalista” nel caso sovietico) in quanto si è, almeno per alcuni aspetti comunque decisivi, migliori di quest’ultimo. La dottrina pratica di politica estera applicata sulla base di un consenso nazionale così strutturato riflette poi, per una fase più o meno lunga, l’esigenza di preservare la diversità riducendo al minimo di volta in volta indispensabile l’interazione con predominanti realtà esterne che per il momento non si è in grado di influenzare (il concerto europeo delle potenze nel caso americano precedente, il “mercato capitalistico mondiale” nel più recente caso sovietico). Motivazione ideologica e politica estera effettiva tendono poi a convergere più saldamente in un internazionalismo coerente in tutti i suoi aspetti allorchè si affermi una ragionevole fiducia nella possibilità di influire sulle regole del sistema internazionale.

Si tratta ora di vedere se lo schema appena delineato (per quanto ardito esso possa suonare a causa del suo alto livello di astrazione) sia utilmente applicabile, e quanto, al fine di pensare il significato del nuovo corso sovietico e il suo possibile impatto sul presente sistema internazionale. La nozione stessa di sistema internazionale, preliminarmente, richiede però qualche breve specificazione. In primo luogo, essa esprime l’idea di un equilibrio più o meno accettato e stabile tra molteplici unità complesse; e all’origine del termine si supponeva, con notevole corrispondenza nella realtà, che queste fossero i moderni Stati-nazione territoriali progressivamente emersi nell’esperienza del sistema europeo di Westfalia, fino a toccare un culmine a metà del secolo scorso. In un lucido e profetico saggio del 1939, Edward H. Carr sottolineava tuttavia come le fondamentali e decisive “unità di potere” del sistema internazionale avessero avuto natura diversa nel passato, e potessero averne un’altra diversa in un futuro oggi forse già cominciato(1).

Non a caso, si potrebbe osservare, mentre la prima guerra mondiale era stata ancora prevalentemente una guerra tra unità di potere largamente identificabili come Stati-nazione, la seconda ebbe molte caratteristiche di una vera e propria “guerra civile mondiale”, non troppo dissimili da quelle della lunga guerra civile europea di tre secoli prima, nota come “guerra dei trent’anni”. Ma anche questa distinzione richiede specificazioni ulteriori. Già nel sistema esistente prima del 1914 era difficile fissare in un preciso referente nazionale-territoriale la nozione di Impero Britannico, dal momento che quella vasta e complessa realtà era di fatto investita di funzioni di generale regolazione dell’intero sistema delle relazioni internazionali, e i suoi specifici “interessi nazionali” erano sempre distinguibili da quelli di un fitto tessuto di interessi, attese e contraddizioni (attinenti all’ideologia per un verso e alla vita materiale per l’altro) la cui natura era spesso infranazionale e transnazionale. E a loro volta gli scopi della Weltpolitik guglielmina (per quanto travisati e compromessi dall’incipiente concezione romantico-reazionaria del lebensraum nazionalistico) ponevano questioni di sistema ben al di là dell’orizzonte del classico Stao-nazione come unità di potere.

Una delle verità contenute nel concetto leniniano di “contraddizioni imperialistiche” corrispondeva all’effettiva impossibilità del sistema internazionale, al livello di complessa interdipendenza già allora raggiunto, di funzionare come un sistema concepito per tenere insieme unità elementari costituite dal modello dello Stato-nazione territoriale. La prima grande crisi – tuttora irrisolta – del sistema internazionale moderno apparve alla luce quando da un lato vennero a mancare la stabilità e il predominante consenso che fondavano l’ordine civile infranazionale e transnazionale (cioè il capitalismo classico organizzato nel sistema monetario aureo) di cui la flotta inglese costituiva il riconosciuto organo di polizia; e, dall’altro, quando l’esplosione quantitativa del fenomeno degli Stati-nazione rese altamente problematica ogni ipotesi di equilibrato sviluppo di tali realtà all’interno di quell’ordine. Tuttavia, l’ordine della società civile transnazionale esistente prima del 1914 può essere considerato come il primo esempio di “governo mondiale” finora sperimentato, mettendo da parte le considerazioni circa il carattere oligarchico della sua struttura e il carattere socialmente limitato degli effettivi “diritti di cittadinanza” godibili al suo interno.

Occorre ricordare a questo proposito che tra le svariate sfide in gioco nel corso della seconda guerra mondiale, vi fu anche il tentativo, da parte di alcuni grandi Stati-nazione (il Giappone, la Germania e in qualche misura l’Italia) di negare radicalmente ogni ipotesi di ristabilimento di una società civile transnazionale integrata, sostituendovi quella di un più o meno stabile equilibrio di coesistenza tra “grandi spazi” autosufficienti (uno dei quali, secondo gli originari scopi di Hitler, avrebbe potuto essere il vecchio Impero Britannico, mentre l’emisfero monroviano sarebbe stato riconosciuto agli USA). Ed è significativo che una parte dei circoli dirigenti del Terzo Reich (ascoltati per una breve fase dallo stesso Hitler) operasse intorno all’ipotesi di chiudere il cerchio offrendo anche all’Unione Sovietica lo status di “grande spazio” a sé, dotato di una propria specifica sfera d’interessi verso i “mari caldi” dell’Oceano Indiano. Non meno significativo è che ciò accadesse alla fine del 1940, cioè al culmine della tendenza a suo modo “isolazionistica” delle scelte pratiche della politica estera sovietica.

L’ipotesi della redistribuzione del potere mondiale secondo “grandi spazi” cadde allora in un primo momento a causa della determinazione con cui l’amministrazione Roosevelt impegnò gli Stati Uniti a difendere una prospettiva internazionalista, influendo in modo decisivo sull’orientamento britannico e arrivando infine a intervenire nella guerra a questo scopo; mentre, specularmente, la non meno decisiva reticenza sovietica nel rispondere alle pressanti sollecitazioni tedesche del 1940 per un’adesione al progetto dei “grandi spazi” – pur essendo allora letteralmente espressa in forma di conflitto circa i termini di un’eventuale intesa – comportò la più devastante e onerosa prova bellica che una grande potenza abbia sostenuto in questo secolo, e non si spiega pertanto se non anche sulla base dell’impossibilità per lo Stato sovietico di negare del tutto le motivazioni internazionalistiche del proprio consenso fondante.

Tale concatenazione di fatti, come è noto, favorì l’incontro tra due grandi internazionalismi – l’uno di matrice “cosmopolitico-borghese”, socialmente aperta nell’interpetazione rooseveltiana, l’alro legato a profonde e diffuse convinzioni di solidarietà tra le classi meno abbienti – nell’esperienza dell’antifascismo mondiale. Non è essenziale qui (la “Rivista trimestrale” lo ha fatto estesamente a più riprese fin dalle prime origini della sua ricerca) descrivere a lungo la fecondità di quella breve stagione, né ridiscutere dettagliatamente le ragioni per cui essa fu così breve. Ai fini di questa trattazione, preme sottolineare che la natura stessa delle forze coinvolte in quell’incontro delineò la possibilità della fondazione di una società civile transnazionale ordinata sulla base di un equilibrio stabile e riconosciuto delle relazioni internazionali (di cui lo spirito negoziale di Yalta indicò grosso modo i termini), e distinta dalla precedente forma andata a pezzi all’inizio del secolo, per una sua imperativa tendenza a restringere sempre di più l’area sociale e geografica dei bisogni esclusi e compressi.

Per limitarsi alle tendenze di fondo della politica estera sovietica dopo la seconda guerra mondiale, e schematizzando tali tendenze nella misura qui necessaria, si può osservare che la crisi dell’unità di scopi quasi delineata negli anni della cooperazione antifascista, diede luogo a una ripresa dell’interazione dialettica tra internazionalismo ideologico e isolazionismo statuale, con una particolare accentuazione, in forme ovviamente molto specifiche e tutt’altro che lineari, del secondo aspetto. In un primo momento, si era delineata la prospettiva di una accettata generalizzazione del principio della “porta aperta” nello scambio di merci e di risorse – che costituiva l’irrinunciabile connotato strutturale dell’internazionalismo di matrice “cosmopolitico-borghese” – in cambio di garanzie circa la stabilità dei nuovi equilibri del potere mondiale(2).

La disponibilità ad accogliere il principio della “porta aperta” o del “mondo unico” (one world) aveva avuto la sua più evidente manifestazione nella partecipazione dell’URSS alla conferenza di Bretton Woods del 1944, mirante a ricostituire su nuove basi un assetto stabile del sistema monetario e creditizio internazionale(3); le garanzie politiche risultavano implicite negli affidamenti di Yalta, e la politica estera sovietica tra il 1945 e il 1947 mirò a concretizzarle attraverso svariate forme di sollecitazione verso una vasta fascia di Paesi limitrofi, affinchè questi orientassero stabilmente la propria politica estera in un senso conforme alle nuove realtà del potere mondiale. Gli strumenti usati a questo ultimo fine furono naturalmente molto diversi a seconda delle diverse situazioni, andando da distinte combinazioni di misure di pressione e misure di sollecitazione del consenso nella gestione delle politiche di occupazione (in Europa cemtro-orientale e parzialmente in Iran) alla sollecitazione di solidi accordi diplomatici (con successo per quanto riguardò la Finlandia, e con insuccessi attivamente favoriti dalla nuova politica americana per quanto riguardò la Turchia, l’Iran e la Cina nazionalista), o con una singolare e felice combinazione delle due vie per quanto riguardò la Cecoslovacchia fino al 1948.

Ma lo schema entrò irrimediabilmente in crisi allorchè apparve evidente che una nuova politica americana – alimentante una ripresa provvisoria del ruolo mondiale delle vecchie potenze europee occidentali, e a sua volta alimentata da queste – intendeva il concetto di “porta aperta” come inscindibile da un aspetto politico di attiva opposizione al riordinamento del sistema politico, e quindi della politica estera, dei Paesi confinanti con l’URSS, con i quali Mosca non poteva rinunciare ad avere “rapporti speciali”. Il problema storico dell’evoluzione della politica estera sovietica tra il 1939 e il 1947, come è noto, è pullulante di domande specifiche senza risposta possibile fino a quando l’accesso alla documentazione ufficiale resterà limitato come attualmente è, né si può presumere che di tutto il dibattito interno esista da qualche parte una traccia significativa. Vi sono comunque tracce consistenti della permanenza in tutto il periodo, compreso quello della collaborazione antifascista, di “carte di riserva” di tipo isolazionistico, tanto da suggerire ad alcuni l’immagine di una “doppia politica” durante tutto il periodo in questione. Già nell’aprile del 1945 aveva per esempio luogo la dura sconfessione della “linea Browder”, cioè della scelta effettuata dal gruppo dirigente del Partito comunista degli USA di dissolversi come componente del blocco rooseveltiano.

Il fatto che la requisitoria contro Browder ad opera di Duclos sulla rivista internazionale “Cahies du communisme” comparisse proprio nei giorni in cui il mondo assisteva costernato all’improvvisa scomparsa di Roosevelt non significa che l’iniziativa fosse stata improvvisata allora, tanto più che il successore di Browder si sarebbe presto affrettato ad auto-citarsi, quasi a rivendicare un merito, per aver bollato la prospettiva di un’amministrazione Roosevelt nel dopoguerra (già nella campagna elettorale del 1944) come niente di diverso da “una forma di governo sostanzialmente imperialista”(4).

Per le ragioni già dette, questo genere di tracce non sovietiche è molto importante in ogni ricerca mirante a ricostruire la dinamica delle tendenze nell’orientamento della politica estera dell’URSS in quegli anni cruciali. E’ molto verisimile supporre che tra queste tendenze non ne sia mai mancata una, in vario modo emarginata oppure riflessa in diverse fasi, a considerare l’intero universo liberaldemocratico, in tutte le sue manifestazioni, come alieno e ostile, e a considerare l’Unione Sovietica come l’isola di una civiltà assolutamente nuova, che dovesse rafforzarsi al riparo delle crisi e delle contraddizioni del mondo “borghese”, in attesa che queste le offrissero l’occasione di affermare la propria superiorità creduta.

Il più attivo e addirittura dispotico intervento nella vita interna di svariati Paesi limitrofi in Europa dopo il 1947 (sebbene definito ideologicamente in termini di “estensione” del “campo antimperialista democratico”) ebbe luogo principalmente secondo una logida di interesse di Stato e proprio come garanzia ulteriore di un riaffermato orientamento isolazionista. Per quanto tale processo potesse superficialmente evocare l’immagine di una rivincita postuma del concetto di “grande spazio”, la rilevata assenza di vantaggi economici tradizionalmente intesi per la potenza “egemone” in rapporto con la “sfera d’influenza” così formata, induce a riconoscervi il predetto connotato politico di garanzia come preminente e fondante. SE da un lato la riaffermazione di una politica di “porta chiusa” veniva giudicata essenziale al fine di preservare la diversità sovietica, finì per apparire indispensabile – per una potenza che non aveva oceani tra sé e il resto del mondo – che la linea di separazione dalla società civile transnazionale in corso di riorganizzazione sotto un’ancora professata egemonia “cosmopolitico-borghese” (in cui il “nuovo” balenato a Bretton Woods risultava peraltro affievolito e ambiguamente mescolato a svariati aspetti di pura e semplice restaurazione) fosse collocata più in là delle frontiere di Stato dell’URSS.

L’idea di un “campo socialista” in espansione, più o meno creduta, era naturalmente acnhe affermata; ma dapprima il caso jugoslavo e poi quello cinese mostrano che si trattava piuttosto di uno strumento ideologico di galvanizzazione delle élites sostenute al potere in Paesi limtrofi per ragioni di Stato che di uno schema effettivamente operativo. La stessa conquista del potere da parte dei cumunisti cinesi (non prevista, e verisimilmente nemmeno auspicata nei termini in cui ebbe luogo) finì per costituire, non a caso, un gigantesco “incidente” entro lo schema effettivamente seguito. Né più in generale era difficile prevedere che, alla lunga, la consistenza e il vigore intrinseco di un movimento comunista mondiale costituito sulla base di una comune identità nel riferimento ai valori del 1917, ma di fatto sovrapposta a una reale eterogeneità tra partiti esercitanti una dittatura burocratica delegata e partiti di massa con problemi di competitività di fronte a opinioni pubbliche aperte, sarebbe stata sottoposta a sollecitazioni non sopportabili; così come difficilmente avrebbe potuto essere fondata una compatibilità tra il problema di movimnto ideologico, e di politica estera, sollevato dlla vittoria della rivoluzione cinese, e l’esigenza isolazionistica ormai nuovamente molto marcata nell’orientamento dell’URSS negli affari mondiali.

Di fatto, tuttavia, il problema della Cina (al pari, più tardi, di quelli di Cuba, del Vietnam, e così via), come pure l’ineludibile esigenza di poter contare su favorevoli movimenti di massa e d’opinione nei Paesi capitalisticamente sviluppati (al fine di sostenere anche politicamente un confronto nella corsa agli armamenti nucleari che si prospettava altamente problematico e oneroso se condotto in termini di pura forza e puramente quantitativi), portarono l’orientamento “isolazionista” della politica sovietica nei primi tre decenni dopo la seconda guerra mondiale ad assumere una forma mai del tutto lineare, anzi a ridursi a tonalità di fondo di una politica etera per altri versi molto attiva. Da questo punto di vista, anzi, le contraddizioni sono state non di rado stridenti: ciò che non sempre è sintomo malsano, ma viceversa può essere anche manifestazione di vitalità incomprimibile di una tendenza positiva in condizioni altamente critiche. Tipico il caso della parola d’ordine del XIX congresso del PCUS sulla “bandiera delle libertà borghesi gettata nel fango dalla borghesia” proprio alla vigilia dei cupi processi di Praga e di Budapest, svolti oltretutto in un’atmosfera di attacco al “cosmopolitismo” non aliena dal coinvolgere riflessi antisemitici qua e là sedimentati in Russia come nell’Europa orientale. Né dovrebbe colpire meno che proprio in tale atmosfera la pregiudiziale isolazionista venisse tentativamente negata attraverso un’eclatante sortita diplomatica consistente nella proposta di una pura e semplice adesione dell’URSS all’alleanza atlantica.

Si può addirittura sostenere che la fase più interessante di embrionale ripresa di un approccio internazionalista sul terreno della politica estera dopo la seconda guerra mondiale (al di là e parzialmente al di sopra dell’ideologia consolidata) non fu tanto, come erroneamente spesso si sostiene, quella successiva al XX congresso del PCUS, ma tra il 1953 e il 1955, allorchè – oltre la mossa appena citata – si assistette al sostegno sovietico verso il movimnto di Bandung dei non allineati, al viggio di Bulganin a Belgrado, a impegnati tentativi di accordo sul problema tedesco, e alla partecipazione sovietica alla conferenza di Ginevra sull’Indocina. Tale movimento poteva corrispondere all’accentuata de-ideologizzazione della politica estera americana con l’amministraione Eisenhower, e naturalmente non poteva essere molto alimentato dato il forte limite conservaore di quella politica di Washington.

Il successivo attivismo chrusceviano si qualifica piuttosto per una singolare commistione di interventismo diplomatico e di isolazionismo ideologico, consistente in una presunzione di compiuta sufficienza e di effettiva superiorità del modello sovietico (al netto di una rapida eliminazione delle “deviazioni”), in cui nessun gruppo dirigente sovietico aveva mai creduto fino ad allora salvo doverlo talvolta affermare. E la lunga fase della stabilizzazione brezneviana si sarebbe contraddistinta per una più prudente riconsiderazione di questi problemi, senza peraltro trascurare l’obiettivo (originariamente chrusceviano) di rafforzare al massimo il peso dell’URSS come fattore di potenza fino al livello di una parità globale con gli Stati Uniti. Nella prima parte degli anni Settanta una “parità strategica globale” era effettivamente raggiunta, così che poteva dirsi vinta la scommessa apocrifa attribuita a un diplomatico sovietico durante la crisi di Cuba del 1962 (“Non potrete farci mai più una cosa simile”), e assicurata una capacità di manovra della potenza sovietica nello sviluppo di situazioni anche al di là di qualche oceano: salvo il problema di gestire sensatamente queste potenzialità sulla base di una persistente concezione isolazionistica della politica estera, ovvero – più precisamente – di un’auto-concezione della società e del sistema sovietici piuttosto come negazione della predominante società civile transnazionale che come soggetto di interazione nel suo sviluppo.

A quel punto, tale contraddizione di fondo (probabilmente non troppo imputabile a scelte soggettive, e anzi largamente interpretabile come sviluppo della specificità storica della rivoluzione sovietica nel cangiante adattamento dei suoi via via più lontani risultati alle circostanze esterne) portava a rendere quasi vera, se riferita all’URSS, la nota battuta (in quel caso forse eccessivamente benigna) secondo cui la Gran Bretagna arrivò a disporre di un impero in uno stato di distrazione. Intorno al 1975, di fatto, l’Unione Sovietica aveva consiglieri politici e militari impegnati nel sostegno di governi professanti un’affinità “marxista-leninista” nei suoi confronti in una gamma di situazioni sparsa tra i Caraibi e l’Africa australe, fino alle due sponde del Mar Rosso e poi al Sud-Est asiatico (nonché una quantità di “rapporti speciali” con alcuni Paesi del Medio Oriente), senza avere elaborato una chiara idea di ordine mondiale praticabilmente e ravvicinatamente alternativo (anche e soprattutto negli aspetti economico-sociali) a quello che tali esperienze rivoluzionarie si sforzavano di negare, con risultati non sempre all’altezza delle loro oneste ambizioni. E alla fine di quel decennio, il tragico “fardello” afghano doveva infine essere preso in carico da una politica tuttora concettualmente impreparata a trattare tutte le implicazioni di un tal genere di coinvolgimenti.

Il radicale problema di politica estera che apparve chiaro all’inizio degli anni Ottanta, era dunque, per l’Unione Sovietica, quello di dare un fondamento e una credibilità razionali a un ruolo mondiale di primo piano, smisuratamente cresciuto rispetto all’epoca in cui la mentalità dei fondatori dello Stato si era formata per essere poi trasmessa - poco variata nelle sue linee di fondo – alla generazione successiva (che frattanto stava inesorabilmente uscendo di scena). Un tale ruolo mondiale non poteva più essere esercitato sulla base dell’approccio bifronte alle realtà dell’economia e del potere mondiali, che tutti i successori di Lenin, in varie forme, avevano fino ad allora tenuto con relativo successo: da un lato, cioè, sulla base di una disincantata consapevolezza dell’inferiorità relativa che il modo di vita sovietico avrebbe inevitabilmente manifestato per alcuni essenziali aspetti in un mondo aperto, e dall’altro sulla base di una presunzione di intrinseca compiutezza del suo schema di fondo (le spesso citate “leggi generali” della transizione al socialismo) che avrebbe soltanto dovuto attendere la maturazione di circostanze favorevoli per esplicitare pienamente la propria potenziale “superiorità”.

Tale mentalità può essere vista come il risultato di una sedimentazione di successivi strati di esperienza nell’alveo dello schema, originariamente intuito da Lenin, dell’ “anello debole della catena imperialistica”, la cui rottura era stata concepita come il contenuto essenziale della rivoluzione del 1917, mentre il consolidamento di tale rottura doveva poi essere considerato, fino all’attesa maturazione di nuove circostanze, il contenuto essenziale della politica estera sovietica. Così come, in più o meno larga misura, l’economia e il diritto post-rivoluzionari, anche quest’ultima si era andata cioè plasmando attraverso i decenni, nella sua ispirazione fondamentale, come permanenza organizzata di una emergenza transitoria, il cui termine risolutivo era diventato sempre meno visiile nel futuro, a tal punto che la nozione stessa di un siffatto termine si faceva sempre più incerta (e comunque inadeguata, nelle forme letterali dell’ideologia consolidata, a fondare una coerente linea d’azione).

Lo stesso concetto di “coesistenza pacifica tra Stati a diverso regime sociale”, che agli inizi degli anni Settanta sembrava aver celebrato il proprio trionfo nelle intese Nixon-Breznev sulla parità strategica e i relativi “codici di comportamento” ufficiosamente adottati, doveva infatti rivelare alla prova dei fatti notevoli insufficienze, allorchè si trasformava, da difensiva rivendicazione del diritto all’esistenza della “diversità” sovietica (quale era in origine) a dottrina di politica estera di una potenza mondiale con interessi globali. L’interpretazione “metternichiana” (o per meglio dire “tayllerandiana”) dell’equilibrio allora raggiunto, secondo le teorie di Kissinger, era infatti senza dubbio la più coerente, e a suo modo la più corretta. Cioè l’Unione Sovietica, accettando il riconoscimento della parità con gli USA offerto in quei termini, si trovava potenzialmente forzata – qualora la sua politica si fosse sviluppata in modo coerente su quella base – a slittare nei fatti sempre più indietro in un ruolo di junior partner: in un quadro di rapida evoluzione delle compatibilità mondiali, i cui gangli determinanti erano in gran parte fuori della sua portata, oggettivamente essa rischiava infatti di essere sempre più largamente percepita come una concentrazione di potenza senza scopi comprensibili (e di conseguenza inquietante) o quanto meno come un “contrappeso”, piuttosto statico che dinamico, destinato in quanto tale a una progressiva e ineluttabile marginalizzazione (questo, almeno, era il calcolo del neo-conservatorismo kissingeriano).

L’ultima fase della politica estera brezneviana può allora essere intesa come uno sforzo teso a scongiurare un tale esito attraverso una quantità di interventi (prevalentemente militari) nelle convulsioni sociali e politiche del Terzo Mondo. Ciò significava, naturalmente, mettere in crisi il “codice della coesistenza” considerato accettabile dalle varie forme di neo-conservatorismo globalmente predominanti in Occidente; ma la contraddizione principale stava nella difficoltà concettuale di organizzare politicamente – e non solo militarmente – una quantità di coinvolgimenti e di interessi che l’approccio isolazionistico implicitamente predominante negli schemi pratici della tradizionale politica estera sovietica non era in grado di prendere organicamente in carico. Il sostegno e la difesa attiva di aree aggiuntive di isolamento dalla prevalente dinamica sociale internazionale non poteva da sé equivalere a un dinamismo alternativo. Incontrollabili sovrapposizioni del conflitto sociale al conflitto etnico-culturale (particolarmente marcate e tragicamente insidiose in Africa orientale e in Afghanistan) rischiavano di trasformare tali coinvolgimenti in contraddizioni inestricabili e in veri e propri vicoli ciechi.

A tutto ciò si deve aggiungere che il neo-interventismo sovietico sviluppato a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, a differenza delle molteplici interferenze effettuate da più parti nlle convulsioni sociali ed etnico-culturali del Terzo Mondo, era particolarmente visibile e pesante proprio perché ben raramente arrivava ad assumere connotati significativamente diversi da quelli di una diretta ed esplicita proiezione di potenza; il confronto con la nuova forma di globalismo frattanto elaborata e praticata dalla Nuova Destra americana dopo lo scacco vietnamita, era quindi tendenzialmente sfavorevole, dal momento che quest’ultima godeva di una ben maggiore duttilità e di una ben più vasta gamma di opzioni. Dal punto di vista dell’evoluzione del sistema internazionale, il contenuto essenziale dell’egemonia della Nuova Destra non è stato tanto la restaurazione del tradizionale laissez-faire economico (per forza di cose, questo non poteva essere che il suo riferimento mitologico, più o meno consapevolmente); si è trattato, piuttosto, di una forma di laissez-faire politico-strategico, dove i soggetti dotati di effettivo potere sono i governi e alcuni raggruppamenti a essi equiparabili per raggio d’azione e concentrazione di mezzi, e comunque strettamente interagenti con essi. Un tale laissez faire ha naturalmente le sue ricadute sulla società civile, ma in un rapporto di funzionalità esattamente inverso a quello che aveva presieduto alla formazione del moderno sistema internazionale prima delle guerre mondiali sotto l’egida del cosiddetto “imperialismo del libero scambio”.

Per ricorrere a una felice intuizione di Marx, la “libertà degli Stati” (di cui la politica finanziaria americana degli ultimi anni può costituire il simbolo) è oggi più che mai un contenuto essenziale di ciò che viene ancora ideologicamente definito, anche dalla Nuova Destra, “mondo libero”. Nel quadro di una tale forma di laissez-faire le più disparate culture, ambizioni e strategie di gruppi ed élites possono cospirare in concorde discordia malgrado il loro alto livello di conflittualità reciproca. La natura “proteiforme” del capitalismo sembra insomma avere trionfato, sia pure in questa forma altamente contraddittoria, dell’acuta e prolungata crisi mondiale degli anni Settanta, potendo ancora una volta reclamare di avere con sé come alleata la spontaneità degli eventi e dei movimenti umani. Ma questo processo di adattamento ha avuto un importante ed essenziale risvolto, e cioè l’affievolimento e la quasi scomparsa in quanto fattore, nel sistema delle relazioni internazionali influenzato dal capitalismo, della nozione “cosmopolitico-borghese” di internazionalismo.

L’esaltazione della spontaneità è stata anche l’esaltazione del conflitto, ovviamente realizzata in forme e gradi diversi secondo l’ampiezza dei margini di assorbimento delle tensioni, massimi nelle aree di più antico e consolidato sviluppo e drammaticamente minimi nelle vaste aree emergenti. In luogo dell’ “imperialismo del libero scambio” che aveva presieduto alla formazione del moderno sistema internazionale capitalisticamente strutturato nel secolo scorso, e dell’ “imperialismo del libero voto” che aveva tentato di restaurare qualcosa di simile dopo il 1945, una quasi sfrenata assenza di regole stava diventando, attraverso la crisi degli anni Settanta, la regola fondamentale di tale sistema. L’interpretazione di un simile processo in termini di “crisi storica del sistema capitalistico”, da sfruttare attraverso un consolidamento e un’estensione del “campo socialista”, può essere stata una delle tendenze – e, forse, quella predominante – nell’adattamento della politica estera sovietica a un siffatto scenario dopo l’ultima fase della direzione brezneviana.

Vi sono indizi che essa non fosse l’unica in un dibattito interno che sembra essere cominciato già allora(5), trovando espressione in sporadiche ma significative esplorazioni di criteri alternativi di intervento sui nodi della crisi mondiale: come esempi si possono citare la proposta di una conferenza internazionale sui problemi della sicurezza energetica (in termini economici e soprattutto strategici) e la dichiarazione congiunta Gromyko-Vance del settembre 1977 sul conflitto arabo-ebraico. Tra le cause del rapido insabbiamento di tali mosse è certamente da annoverare, in primo piano, il parallelo contrasto di tendenze in seno all’amministrazione Carter, che infine venne risolto appunto con le dimissioni dell’internazionalista segretario di Stato Vance e la vittoria della linea globalista e militante di Brzezinski, precorritrice di quella di Reagan per svariati aspetti. Ma un peso non minore sembra da attribuire alla prevalente rigidità e staticità ideologiche dell’approccio sovietico ai problemi mondiali in quegli anni, da cui la seconda potenza mondiale finiva per essere confinata in un ruolo di interdizione piuttosto che di stimolazione di eventi e processi.

La contraddizione fondamentale della politica estera sovietica nell’ultima fase dell’età brezneviana stava insomma nella situazione di una potenza che, essendo diventata effettivamente mondiale, era coinvolta in una crisi del sistema internazionale, e tuttavia si manifestava incapace, nella concezione isolazionistica e difensiva del suo ceto dirigente, di interagire attivamente con i suoi elementi, e quindi di promuovere scopi adeguati al rango delle proprie responsabilità. Una lineare e coerente applicazione della mentalità isolazionisica predominante avrebbe comportato di fatto una rinuncia al ruolo mondiale; non volendo rinunciarvi, erano aperte due strade: o fare i conti, attraverso una svolta storica, con la mentalità isolazionistica, o puntare su un indefinito processo di preservazione e rafforzamento del potere globale d’interdizione, e in tale caso attribuendo un peso preminente al quasi nudo fattore della potenza. L’attuale nuovo corso consiste nella critica della seconda scelta, e nell’attuazione della prima. Che questa sia la scelta impegnativamente tentata dal nuovo gruppo dirigente, e che abbia una portata storica, si può argomentare sulla base della profondità dei mutamenti di linguaggio, e quindi di mentalità, che recentemente sono venuti alla luce.

Il residuo profondo del complesso di inferiorità-superiorità appare intaccato. La superiorità schematica del modello di società, sia pure potenziale, cessa di costituire un assioma per diventare qualcosa che deve essere provato nei fatti in ogni caso, e comunque per forza di tentativi e correzioni cui la società civile è chiamata a concorrere – in misura per ora incipiente, ma difficilmente limitabile – con la sua creatività. L’apertura della questione dei diritti civili, come di quelle della “trasparenza” e della controllabilità del sistema politico, risponde ovviamente innanzitutto a problemi di maturazione interna della società sovietica, ma non è scindibile dalla caduta di una pregiudiziale di isolamento legata al suddetto complesso implicito nella precedente mentalità. Diversamente da quanto avvenne negli anni di Chruscev, tuttavia, il nuovo corso sembra uscire veramente dalle polarità complementari di quel complesso, e piuttosto che puntare su un ottimistico e velleitario progetto di competizione a partire da soluzioni già date, sembra rivolgersi a una vasta udienza di interlocutori esterni, posti sullo stesso piano, in termini di comune ricerca su problemi comuni. L’ideologia internazionalistica fondante è messa sulla via di spogliarsi dei propri connotati staticamente dogmatici, e dunque – se tale via sarà seguita con decisione – può finalmente costituire la base di un coerente internazionalismo pratico sul terreno della politica estera.

Non a caso, una delle dizioni che risultano poco meno che scomparse nel linguaggio del nuovo corso, è quella di “socialismo reale”, o “socialismo realmente eistente”. Se una nuova dizione dovesse essere coniata per essere applicabile allo schema di realtà che il nuovo corso sembra adottare, bisognerebbe forse esprimersi in termini di “socialismo oggi realmente necessario” in un mondo interdipendente. Una volta definita in questi termini la prospettiva fondamentale, si comprende come la dimensione del partito, all’interno dell’URSS, vada ricostituendo la propria autonomia in termini di stimolo e di critica nei confronti dell’assetto dato, diventando portatrice di scopi e di progetti che guardino anche al di là di questo, e non semplicemente di un ruolo di garanzia dell’equilibrio esistente. I rapporti dinamici tra partito, società e istituzioni, che in questo modo vengono tendenzialmente suscitati – e di cui già si intravedono i segni – sembrano comportare una quantità di effetti difficilmente eludibili sull’evoluzione dello stesso sistema politico sovietico, una cui specifica trattazione problematica sarebbe da un lato forse prematura, mentre dall’altro eccederebbe largamente i limiti di questo saggio.

Dal punto di vista della presente trattazione, interessa comunque osservare che il nuovo dinamismo del partito come promotore di idee e di scopi si riflette anche in una nuova trama di rapporti internazionali attraverso la medesima dimensione. I dati essenziali da citare a questo scopo sono la gamma insolitamente vasta di inviti e di presenze al XXVII congresso del PCUS, il tono e la sostanza dell’altrettanto insolito messaggio di saluto inviato dai comunisti sovietici al congresso dell’internazionale socialista tenuto a Lisbona nel giugno del 1986, e i molteplici contatti ricercati e attivati con svariati organi di formazione e di promozione di valori e di scelte – dalle chiese ai movimenti culturali alla comunità scientifica – in sede internazionale. Queste ultime forme di presenza sovietica nella società civile transnazionale non sono assolutamente nuove, ma suona notevolmente nuova l’impostazione recentemente data a esse così come ai meno usuali recenti rapporti con partiti e movimenti politici. Tale nuova impostazione non è soltanto una possibile deduzione da quanto accade; al contrario, essa è apertamente formulata nella relazione introduttiva al XXVII congresso del PCUS, dove una certa enfasi è stata posta sulla negazione della possibilità e della fondatezza di qualsiasi pretesa a un precostituito monopolio della “verità” da parte di chiunque. Logicamente, una tale affermazione equivale a poco meno che a una critica del totalitarismo. E nulla meno di una tale critica poteva costituire lo spazio comune necessario a un produttivo concorso di idee e di azioni circa i problemi comuni del mondo contemporaneo.

L’enfasi sui problemi comuni è appunto uno dei tratti distintivi della politica estera del nuovo corso. Sarebbe infondato e ingiustificato sostenere che una tale nozione fosse assente in precedenza nelle dottrine sovietiche di politica estera; ma ciò che appare nuovo (e non poco) è il concetto secondo cui a cumuni problemi debba corrispondere una comune (o convergente) ricerca di soluzioni. In precedenza, lo schema di fondo era che da una parte vi fossero inevitabili e sempre più acute “contraddizioni”, e dall’altra poco più che possibili insufficienze, ritardi, ovvero – nel peggiore dei casi – “deviazioni” non troppo difficilmente emendabili. Il corollario teorico era che circa la natura delle contraddizioni imperversanti nel mondo capitalistico vi fosse poco da dire e da fare fino a quando le autentiche forze rivoluzionarie non vi fossero maturate a sufficienza per rimuovere la loro causa, cioè il capitalismo stesso; tale condizione non appariva molto prossima a realizzarsi, ma comunque sembrava comportare un costante richiamo pedagogico alle “leggi generali” della transizione al socialismo come miglior cosa da fare da questo punto di vista.

Il problema di interagire secondo scopi determinati con le dinamiche in atto al di fuori del sistema sovietico naturalmente esisteva, ma prevalentemente la logica dei passi effettuati in questa direzione (spesso non privi di effetti costruttivi sull’insieme della situazione internazionale) sembrava consistere in una tendenza ad alleggerire il peso dei vincoli esterni allo sviluppo, per definizione separato, del “socialismo realmente esistente”. Un ulteriore e più specifico corollario pratico era comunque che questo si sarebbe tanto meglio preservato, e avrebbe avuto tanto maggiore spazio per svilupparsi, quanto meno si fosse legato in rapporti di interdipendenza con il mondo esterno. Viceversa, il nuovo corso sembra oggi concepire il socialismo sovietico come abbastanza “sviluppato” (e radicato nella società in alcuni suoi elementi fondanti) per alleggerirsi di molti meccanismi di autodifesa per separazione, e abbastanza poco “realizzato”, entro il proprio separato universo, per avere interesse a sollecitare internazionalmente una convergenza di nuove dinamiche, possibilmente interagenti con il dinamismo innovatore che esso intende promuovere – e di fatto sta promuovendo – nella società dell’URSS.

Può avere notevolmente pesato, in questo senso, la constatazione che l’isolamento nuclearmente garantito non fosse più una via abbastanza sicura rispetto ai suoi costi crescenti, una volta sfidato dalle nuove tecnologie belliche e particolarmente dalla mastodontica impresa dell’SDI. Ciò non toglie che quel genere di impresa non è meno rischioso per l’Occidente che per l’URSS: si tratta di un rischio per la civiltà umana in generale, se non altro (e già basterebbe) in termini di sacrificio di possibilità alternative e urgenti. Ed è comunque altrettanto verosimile che una tale sfida sia stata soltanto (per quanto riguarda l’affermazione del nuovo corso) un catalizzatore di opportunità per esprimere esigenze già autonomamente maturate in URSS attraverso la società civile e un mondo politico tutt’altro che distaccato da essa. Quale che sia stato l’effettivo processo di maturazione della svolta, il rilievo internazionale del messaggio lanciato a tutti gli interessati sta nell’implicita affermazione che il cammino verso il socialismo oggi realmente necessario – ovvero un grado di consapevole controllo dei processi economici e sociali che sia innanzitutto almeno sufficiente a padroneggiare i rischi e le contraddizioni dello sviluppo della civiltà contemporanea – non è adeguatamente percorribile, né a partire dalla situazione specifica dell’Unione Sovietica di oggi, né a partire da altre e diverse situazioni, senza rimettere in questione le apparenti certezze dell’equilibrio esistente.

Ciò vale innanzitutto per l’equilibrio militare della deterrenza nucleare, già messo in discussione “da destra” attraverso le nuove tecnologie, e ora attivamente criticato dal nuovo corso sovietico con argomenti e linee di azione che fino a ieri apparivano patrimonio esclusivo di ali radicali e “utopiche” della sinistra occidentale. Ma non meno ciò vale per l’anarchia del laissez-faire politico-strategico, di cui una più o meno vasta quota della società civile transnazionale formalmente operante secondo tardi e spiritualmente snervati modelli “borghesi” (i “due terzi” di Glotz nelle aree di più antico e consolidato sviluppo, e una proporzione molte volte minore nelle vaste aree emergenti) parassitariamente assorbe gli effetti immediatamente vantaggiosi, incurante della gigantesca distruzione di beni pubblici e di patrimonio sociale di civiltà (overo delle stesse basi e degli stessi scopi di ogni sviluppo) che tale stato di cose comporta.

L’ironia della storia di oggi sta appunto in ciò, che concetti ed esigenze classicamente propri dell’internazionalismo “cosmopolitico-borghese” – attualmente in eclissi – sono riaffermati dagli eredi dell’eresia internazionalistico-proletaria, nel momento in cui lo Stato che essa contribuì a fondare (e a mantenere nella sua complessa identità) sembra affrontare il rischio storico della fuoruscita piena dal proprio lungo isolazionismo pratico. Il nuovo corso è cominciato come programma di radicale riforma economica del sistema sovietico, a partire dalle sue specifiche esigenze; ma anche su questo terreno la quarantennale chiusura dell’Unione Sovietica rispetto al disegno di organizzazione della società civile transnazionale balenato a Bretton Woods – e di cui gli attuali ruoli del FMI, della Banca Mondiale e del GATT non sono che pallidi simulacri – è stata recentemente messa in discussione. Questi segnali, in particolare, hanno avuto finora in Occidente una rispondenza molto minore di quella che meriterebbero. Per altri versi, il nuovo corso sovietico suscita una quantità di attese positive, spesso molto esigenti; in ciò non vi è nulla da biasimare, a condizione che non si tratti di attese e di esigenze passive. La storia sembra preparare anche occasioni favorevoli per questa fine di secolo, ma per non perderle è innanzitutto con se stessi che bisognerà, da parte di tutti, mostrarsi esigenti. In ogni situazione esistono specifici tratti di strada in salita da percorrere per assicurare, in forme diverse e possibilmente cospiranti, la soluzione dei problemi e la riposta alle necessità comuni che, in forme diverse, tutti abbiamo di fronte.

N O T E

(1) E.H.CARR, The Twenty Years’ Crisis, 1919-1939, London 1981 (reprint) pp.226-232
(2) Cfr. E.MARK, La politica americana nei confronti dell’Europa orientale e le origini della guerra fredda, tr.it. in E.AGA ROSSI (a cura di), Gli Stati Uniti e le origini della guerra fredda, Bologna 1984, pp.140-141.
(3) Su questi temi si rinvia a M.LO CICERO e G.RODANO, Alle origini del sistema di Bretton Woods, “Quaderni della Rivista trimestrale”, n.45 (1975), pp.89-121; per quanto riguarda alcune interessanti notazioni sulla partecipazione sovietica alla conferenza di Bretton Woods si veda R.F.HARROD, Vita di J.M.Keynes, Torino 1965 (3° ediz.), pp.594-595.
(4) Cfr. A.SCHLESINGER JR, Le origini della guerra fredda, in E.AGA ROSSI (a cura di), op. cit., p.98.
all’esperienza di don Primo Mazzolari);

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