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Introduzione...

Seconda puntata del terzo saggio di Franco Rodano – “Quaderni della Rivista Trimestrale”, n.61/ottobre-dicembre 1979 – della serie “Alla radice della crisi” (per i primi due saggi e per la prima puntata di questo, si veda qui in archivio, sezione “Lezioni da Autori di un recente passato”). In questa puntata trascriviamo le pp. 15-19 del citato terzo saggio, riguardanti la “filosofia della storia” sottesa alla teoria economica di Keynes. Ricordiamo che Rodano sta parlando delle tendenze ideali che sorreggono l’incombente manovra reazionaria anti-operaia e anti-democratica, e precisamente della prima di esse, data dalla tendenza alla liquidazione semplice, come pura aberrazione, delle principali “filosofie della storia”. Certo, queste sono ormai in crisi irreversibile, ma dopo aver svolto un fondamentale ruolo storico: ne vanno dunque salvaguardate invece, in ogni caso, le “verità interne”.

Franco Rodano:
ALLA RADICE DELLA CRISI – III –
IDEE E STRUMENTI DELLA MANOVRA REAZIONARIA

Keynes: uscita dell’umanità dal problema economico

Avendo così portato a termine l’analisi delle ragioni oggettive che hanno determinato la crisi della “filosofia della storia” di matrice marxista, possiamo adesso occuparci delle cause, parimenti oggettive, del declino di un’altra delle più affermate fra tali “filosofie”, e cioè di quella sottesa alla posizione di Keynes. E in realtà, riteniamo sia per l’appunto ben individuabile in questa una vera e propria “filosofia della storia”, la quale – sebbene non mai esplicitata ex professo, ma solo affiorante in alcune pagine e in certe intuizioni che, rispetto al complesso dell’opera, possono apparir marginali – innerva e ispira tuttavia l’intiera elaborazione keynesiana: vale a dire la teoria economica che in questo cinquantennio, e soprattutto negli ultimi trent’anni, ha presieduto alle sorti del capitalismo.
Ci sembra invero fuori dubbio che al pensiero di Keynes sia sotteso (giungendo però talvolta a emergere con sufficiente chiarezza) un modo di guardare alla situazione e all’avvenire dell’umanità associata, il quale presenta esso pure le caratteristiche tipiche della “filosofia della storia”, come le abbiamo brevemente definite in precedenza. Anche la posizione keynesiana, in effetti, viene a configurare – sebbene in semplice chiave di discorso economico – tanto un dato iniziale che, nell’informare rigorosamente di sé il processo storico, ne costituisce a un tempo il limite, la negatività, quanto poi un traguardo finale in cui quel medesimo processo, attraverso la critica superatrice (o almeno, nella fattispecie, la correzione profonda) di tale suo principio negativo, dovrebbe in sostanza trovare la propria liberante conclusione, con ciò dischiudendo all’umanità prospettive metaeconomiche e sostanzialmente metastoriche.
Di preciso l’analisi keynesiana, nell’assumere in modo acritico il mercato capitalistico come l’unico possibile quadro regolatore della vita economica(14) e, sotto questo profilo, dello sviluppo storico, si diparte dalla constatazione dell’insufficienza di tale stesso mercato, e delle forze che vi operano, a promuovere una crescita ordinata e continua dell’attività produttiva, fuori cioè dalle interruzioni regressive dovute a crisi sempre più gravi. Conseguentemente, il keynesismo si propone di emendare in radice – avvalendosi dell’intervento pubblico a sostegno della domanda globale – la negatività di un simile dato originario, onde appunto garantire il progresso indefinito e costante della vita economica(15). Si tratta di un progresso che viene visto a sua volta – per essere più esatti – come capace di condurre verso una situazione che possiamo senz’altro chiamare “di abbondanza”, e in cui quindi ci si attende che il problema economico cessi di costituire l’assillo del genere umano. Quest’ultimo allora, così liberato dalla dura legge del bisogno di sussistenza e dal gravoso impegno da essa richiesto, potrà finalmente entrare – si ritiene – nel regno del “tempo libero”: ossia precisamente, come dicevamo, in uno stato metaeconomico e metastorico, perché caratterizzato dal venir meno dei vincoli posti all’uomo da norme e condizioni estrinseche; a prescindere, ovviamente, da quelli che, per l’inevitabile ma temporaneo protrarsi delle vecchie abitudini produttive, non possono non residuare in una prima fase(16).
Ci troviamo dunque di fronte, come è chiaro, a una “filosofia della storia” ben precisa, anche se assai spesso risulta implicita, poiché in ogni caso si esprime, ripetiamo, in univoci termini di discorso economico, così da rimaner priva di ogni rigore e da tenersi ristretta al terreno delle ipotesi e delle aspettative empiriche. Ciò che comunque interessa soprattutto di sottolineare, è che, dalla fine della seconda guerra mondiale ai primi anni ’70, una simile ideologia ha dominato, magari più o meno inconsapevolmente, numerosissimi intelletti. E’ stata infatti subita da tutti coloro che con supina facilità accettavano l’idea di un progresso economico destinato a svolgersi, sotto segno capitalistico, in modo indefinito; o meglio, definito soltanto dalla prospettiva dell’approdo – certo non immediato, ma sempre più vicino – dell’uscita dalla stessa economia, e quindi dalla storia propriamente tale.
Appunto la storia si è però incaricata di porre irrimediabilmente in crisi anche questo secondo schema in cui si è tentato di costringerla. E per l’esattezza, sono a nostro avviso soprattutto tre gli eventi, le ragioni oggettive, che hanno rivelato chiaramente i limiti e l’astrattezza di uno schema siffatto.

La prima di tali ragioni oggettive sta a nostro avviso nell’indomabile e crescente tensione inflattiva che, in pratica, il keynesismo concorre senza dubbio a determinare. Una simile tensione appare difatti, in un quadro dispiegatamente democratico e dunque di vigorosa e libera prassi rivendicativa, come l’inevitabile contrappasso di quello sforzo per sostenere la domanda globale, che – raccomandato da Keynes, giova ripeterlo, al fine di rimettere in sesto l’assetto economico dato – comporta una politica della spesa pubblica di dimensioni tali da generare per l’appunto, verificandosi le condizioni suddette, forti processi inflattivi.
In secondo luogo va posto l’accento sul grave e pericolosissimo fenomeno – caratterizzante l’ultimo decennio – di decomposizione dell’intiera società, e, per qualche aspetto, della medesima classe operaia, in un coacervo sempre meno controllabile di spinte e controspinte corporative. E’ un fenomeno che minaccia chiaramente di travalicare i sindacati, ove questi non prestino a tali pur contrastanti rivendicazioni un qualche ascolto, e che dunque li obbliga a premere per l’accoglimento delle pretese più svariate, frammentarie e particolaristiche: con il conseguente acuirsi della tendenza, anche sul piano della spesa pubblica, a provocare insorgenze inflattive sempre più devastanti.
Tra le cause oggettive del declino della “filosofia della storia” a matrice keynesiana, va infine annoverato il fatto che – proprio in seguito all’aggravarsi dell’inflazione e, correlativamente, dell’approfondirsi della crisi capitalistica – è venuta incrinandosi in maniera irrimediabile, a livello di sentimento medio e insomma su un terreno “di massa”, la fiducia spesso inconscia, ma non per questo meno reale, nella prospettiva metaecononica e metastorica implicita in quella medesima “filosofia”. E in effetti, la definitiva liberazione dell’uomo dal bisogno, keynesianamente affidata, come si è visto, al progredir regolare e compatto dello sviluppo produttivo nel quadro dell’assetto vigente, non poteva non venir a risultare, man mano che questo assetto dava segni sempre più chiari di decomposizione, come una mèta irraggiungibile. Così, cessando dunque di poter essere vissuta come un ideale, o comunque con un sentimento di consolatoria sicurezza, essa finiva piuttosto per venir avvertita come un’illusoria “fata morgana”.
Va allora aggiunto, a conclusione del nostro discorso sul keynesismo, che con il declinar di quest’ultimo è venuta meno quell’ideologia che tendeva a garantire al’assetto capitalistico una positiva logica storica e una prospettiva ritenuta di validità universale. Da una parte, in effetti, tale ideologia poteva tornare a riconoscere al capitalismo il suo reale titolo storico, ossia quella capacità di promuovere la partecipazione di tutti al processo produttivo (e insomma di assicurare il “pieno impiego”), che la politica di sostegno della domanda globale si prefiggeva in concreto di restituirgli. Dall’altra, e proprio per questo (in quanto cioè su questa base ne riaffermava le virtualità di continuo sviluppo e di agevole superamento dei propri punti critici), giungeva a considerarlo in grado di condurre alla fine gli uomini verso traguardi di “abbondanza” e di “tempo libero”. Perciò, come con la crisi del marxismo è venuta a tramontare quella “filosofia della storia” che ha finora sostenuto di fatto la tensione rivoluzionaria(17), così, con il declino del pensiero keynesiano, è andata svuotandosi quell’altra “filosofia della storia”, la quale di contro, nel tendere appunto a ripristinare il significato e il valore umani del capitalismo, presiedeva alla sua conservazione(18).

N O T E

(14) Identificando dunque la stessa dimensione del mercato, come tale, con la forma specifica da essa raggiunta nel capitalismo.
(15) E’ anzi doveroso aggiungere che fino a un certo momento – quello cioè della sua crisi irreversibile, di cui vedremo tra poco i motivi – il keynesismo è potuto sostanzialmente riuscire nel suo intento.
(16) Siffatte idee di Keynes sul futuro dell’umanità si trovano espresse con particolare esplicitezza nel suo scritto Prospettive economiche per i nostri nipoti, raccolto con altri nel volume Esortazioni e profezie (titolo originale Essays in Persuasion), ediz. “Il saggiatore”, 1968 [Alcuni brani di tale scritto sono riportati nel presente aggiornamento del nostro sito, sezione “Documenti”- n.d.c.].
(17) La quale dunque, lungi dal poter essere ora lasciata spegnersi, deve piuttosto venir sorretta, nella sua verità interna, da più adeguate formulazioni, fuori dal contesto ideologico marxista, ma utilizzando appieno quanto, del pensiero e dell’opera di Marx, costituisce un’insostituibile lezione.
(18) Questo confronto – sia pur solo accennato – tra le due “filosofie” dal punto di vista del loro ruolo storico, certo assai diversi, ci induce a soffermarci brevemente per paragonarle anche sotto il profilo degli orizzonti da esse rispettivamente offerti all’umanità. Come il lettore avrà notato, sembra infatti sussistere una certa analogia, o per lo meno un’assonanza, fra il marxiano “regno della libertà”, concepito come proprio della “società comunista”, e l’approdo al “tempo libero”, visto da Keynes come la mèta indefettibile di un’ordinata evoluzione capitalistica: l’uno e l’altro economicamente fondati sull’aspettativa di un futuro stato di “abbondanza” e dunque di uscita dal bisogno. Ora, è innegabile che ambedue le “filosofie della storia”, essendo in quanto tali condotte a prospettare lo sbocco della storia medesima in una condizione umana che la conclude e la trascende, non possono configurare questa condizione se non, in sostanza, come un assoluto: e precisamente come un assoluto che, proprio per esser pensato in termini non propriamente religiosi, ma filosofico-economici (da parte marxiana) o economici tout court (in Keynes), viene a consistere nella conquista autonoma di una totale libertà dell’uomo da norme e vincoli estrinseci, e quindi appunto dal bisogno, che ne è la radice e la ragion d’essere. Si può dunque parlare realmente, più che di una semplice assonanza, di un’analogia fra i due indirizzi: essa, però, finisce qui. In effetti, l’assoluto keynesiano rimane entro un quadro di mero (sebbene generalizzato) “tempo libero”, ossia di classico e signorilmente ludico otium (per quanto esteso a tutti), come si conviene, del resto, a una posizione conservatrice; laddove l’assoluto marxiano, non a caso ipotizzato nell’ambito di un pensiero rivoluzionario, si dispiega, sostanziandosene, in una multiforme tensione creativa e “fattiva”, che, seppur sottratta ormai a leggi eteronome, rimane però, come lo stesso Marx sottolinea (Grundrisse, ediz. “La Nuova Italia”, Firenze 1970, vol, 2°, p. 278) «la cosa maledettamente più seria di questo mondo». Essa resta infatti rivolta – quantunque, adesso, “liberamente”, ma perciò nel modo più compiuto e vigoroso – alla trasformazione del dato naturale, onde realizzarne la figura di “corpo inorganico” dell’uomo e così attuare fino in fondo l’uomo stesso.

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