Signor direttore,
non se la prenderà, spero, se mi permetto di dirLe che quando La leggo e L’ascolto, torno con la mente a un grande (forse l’ultimo) poeta latino: Rutilio Namaziano.
Analogo è il piacere per l’incisività di più d’una immagine e di più d’una evocazione, analoga la “passione intellettuale” suscitata; analoghi però i brividi che
corrono lungo la schiena.
Rutilio scriveva il suo libro più alto (il De reditu) ai tempi di Onorio e cantava da par suo (“Su di te mai è destinata a calare la gelida falce della Parca”) le
sorti immortali di Roma imperiale, mentre in quel di Pollenza e di Verona (402 d.C.) un barbaro romanizzato – il parens e magister utriusque militiae) Stilicone
sbaragliava i Visigoti di Alarico. Ma era quest’ultimo poi – solo otto anni dopo – a mettere a sacco il caput mundi: forse solo le distruzioni a New York, nel primo
anno del terzo millennio di ciò che conveniamo chiamare l’ “èra cristiana”, possono essere paragonate per impatto emotivo e significato simbolico a quella violenta
profanazione.
Allora, nell’angoscia disperata e nello stremato stupore di molti, crollava un mondo destinato oramai solo a qualche galvanico revival: ricorderà Aezio, che ai Campi
Catalaunici blocca (ma davvero per lo spazio di un mattino) Attila “flagello di Dio”.
Allora solo (o quasi) la meditazione tanto religiosamente visionaria quanto umanamente accorata di un pensatore (e di un santo) riuscì a prefigurare (e contribuì
a preparare) la via d’uscita da ciò che Lei definirebbe un mortale scontro di civiltà: uno scontro in cui a rimanere sconfitta fu quella indubbiamente più avanzata
e matura, più ideologicamente aperta e flessibile, più tecnologicamente attrezzata Gli Stilicone, gli Aezio sarebbero rimasti vaghe rimembranze di tanti futuri
allievi dei Licei e di qualche illustre romanista; il De Civitate Dei di Agostino (così profondamente civis romanus e così profondamente africano) e la Consolatio
Philosophiae di Boezio (così “antico” romano e così “nuovo”) diventavano da subito il quadro teorico dalla cui “contaminazione” – attraverso i regni
romano-barbarici – sarebbe nata non senza lunga fatica e con non poco dolore l’Europa in cui oggi ci riconosciamo.
Non pensa, gentile direttore, che oggi alla gloria caduca di uno Stilicone e di un Aezio sarebbe preferibile lo sforzo difficile (e paziente) di affrontare
problemi ignoti ad altre età? Non pensa che oggi lo scontro tra due civiltà certamente diverse debba lasciare spazio al tentativo della loro graduale ma inevitabile
contaminazione? Non pensa che i nostri figli meritino qualcosa di meglio del destino di distruggere o di essere distrutti? Con stima e cordialità,
Giaime Rodano
Roma, 18 febbraio 2003