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Introduzione...

Dopo le bombe di Londra (e la composta, civile e consapevole reazione del popolo inglese), questa “lettera al direttore”, scritta da Giaime Rodano oltre due anni or sono, si dimostra di un’attualità anche immediata. Il direttore è quello del “Foglio”, il quale – acceso amatore dello “scontro di civiltà”, se “ mortale” tanto meglio - si guardò bene dal pubblicarla.

QUALCOSA DI MEGLIO CHE DISTRUGGERE di Giaime Rodano

Signor direttore,
non se la prenderà, spero, se mi permetto di dirLe che quando La leggo e L’ascolto, torno con la mente a un grande (forse l’ultimo) poeta latino: Rutilio Namaziano. Analogo è il piacere per l’incisività di più d’una immagine e di più d’una evocazione, analoga la “passione intellettuale” suscitata; analoghi però i brividi che corrono lungo la schiena.
Rutilio scriveva il suo libro più alto (il De reditu) ai tempi di Onorio e cantava da par suo (“Su di te mai è destinata a calare la gelida falce della Parca”) le sorti immortali di Roma imperiale, mentre in quel di Pollenza e di Verona (402 d.C.) un barbaro romanizzato – il parens e magister utriusque militiae) Stilicone sbaragliava i Visigoti di Alarico. Ma era quest’ultimo poi – solo otto anni dopo – a mettere a sacco il caput mundi: forse solo le distruzioni a New York, nel primo anno del terzo millennio di ciò che conveniamo chiamare l’ “èra cristiana”, possono essere paragonate per impatto emotivo e significato simbolico a quella violenta profanazione.
Allora, nell’angoscia disperata e nello stremato stupore di molti, crollava un mondo destinato oramai solo a qualche galvanico revival: ricorderà Aezio, che ai Campi Catalaunici blocca (ma davvero per lo spazio di un mattino) Attila “flagello di Dio”.

Allora solo (o quasi) la meditazione tanto religiosamente visionaria quanto umanamente accorata di un pensatore (e di un santo) riuscì a prefigurare (e contribuì a preparare) la via d’uscita da ciò che Lei definirebbe un mortale scontro di civiltà: uno scontro in cui a rimanere sconfitta fu quella indubbiamente più avanzata e matura, più ideologicamente aperta e flessibile, più tecnologicamente attrezzata Gli Stilicone, gli Aezio sarebbero rimasti vaghe rimembranze di tanti futuri allievi dei Licei e di qualche illustre romanista; il De Civitate Dei di Agostino (così profondamente civis romanus e così profondamente africano) e la Consolatio Philosophiae di Boezio (così “antico” romano e così “nuovo”) diventavano da subito il quadro teorico dalla cui “contaminazione” – attraverso i regni romano-barbarici – sarebbe nata non senza lunga fatica e con non poco dolore l’Europa in cui oggi ci riconosciamo.
Non pensa, gentile direttore, che oggi alla gloria caduca di uno Stilicone e di un Aezio sarebbe preferibile lo sforzo difficile (e paziente) di affrontare problemi ignoti ad altre età? Non pensa che oggi lo scontro tra due civiltà certamente diverse debba lasciare spazio al tentativo della loro graduale ma inevitabile contaminazione? Non pensa che i nostri figli meritino qualcosa di meglio del destino di distruggere o di essere distrutti? Con stima e cordialità,

Giaime Rodano
Roma, 18 febbraio 2003

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